Violenze, repressioni, terrori nell'Unione Sovietica (di Nicolas Werth).
1. Paradossi e malintesi dell'Ottobre
2. Il «braccio armato della dittatura del proletariato»
3. Il Terrore rosso
4. La «sporca guerra»
5. Da Tambov alla grande carestia
6. Dalla tregua alla «grande svolta»
7. Collettivizzazione forzata e dekulakizzazione
8. La grande carestia
9. «Elementi estranei alla società» e cicli di repressione
10. Il Grande terrore (1936-1938)
11. L'impero dei campi
12. L'altra faccia della vittoria
13. Apogeo e crisi del gulag
14. L'ultimo complotto
15. L'uscita dallo stalinismo
In conclusione
12.
L'ALTRA FACCIA DELLA VITTORIA
Un segreto particolarmente ben custodito ha rappresentato a lungo uno
dei molti «spazi bianchi» della storia sovietica: il fatto che durante
la «Grande guerra patriottica» popoli interi siano stati deportati, in
quanto la collettività alla quale appartenevano era sospettata di
«atti di diversione, spionaggio e collaborazionismo» a favore degli
occupanti nazisti. Prima che le autorità cominciassero ad ammettere
che nell'accusa di «collaborazione collettiva» si erano verificati
«eccessi» e «generalizzazioni» si dovette arrivare alla fine degli
anni Cinquanta. Negli anni Sessanta fu ripristinato lo statuto
giuridico di un certo numero di repubbliche autonome cancellate dalla
carta geografica per aver collaborato con l'occupante. Tuttavia,
soltanto nel 1972 gli appartenenti ai popoli deportati ricevettero
finalmente una teorica autorizzazione a «scegliere liberamente il
proprio domicilio», e soltanto nel 1989 i tatari di Crimea furono
pienamente «riabilitati». Fino a metà degli anni Sessanta, la
progressiva abrogazione delle sanzioni inflitte ai «popoli puniti»
avvenne nella massima segretezza, e i decreti anteriori al 1964 non
furono mai pubblicati. Perché finalmente lo Stato sovietico
riconoscesse «la criminale illegalità delle barbarie commesse dal
regime staliniano nei confronti dei popoli deportati in massa» si
dovette attendere la dichiarazione del Soviet supremo del 14 novembre
1989.
Da informazioni degne di fede raccolte dalle autorità militari risulta
che la popolazione tedesca insediata nella regione del Volga ospita al
suo interno migliaia e decine di migliaia di sabotatori e di spie, le
quali al primo segnale proveniente dalla Germania dovranno organizzare
attentati nelle zone di residenza dei tedeschi del Volga. Poiché
nessuno ha notificato alle autorità sovietiche la presenza di una tale
quantità di sabotatori e di spie fra i tedeschi del Volga, se ne
deduce che la popolazione tedesca del Volga occulta nel proprio seno i
nemici del popolo e del potere sovietico...
Se nella Repubblica dei tedeschi del Volga o nei distretti limitrofi
si verificheranno atti di sabotaggio compiuti su ordine della Germania
da sabotatori e spie tedesche, scorrerà il sangue e il governo
sovietico, in conformità alle leggi vigenti in tempo di guerra, sarà
costretto a infliggere provvedimenti punitivi all'intera popolazione
tedesca del Volga. Per evitare tale deplorevole situazione e gravi
spargimenti di sangue, il presidium del Soviet supremo dell'URSS ha
stimato necessario trasferire in altre zone tutta la popolazione
tedesca residente nella regione del Volga, assegnandole dei terreni e
un soccorso dello Stato per insediarla nelle nuove contrade.
Si indicano come luoghi di destinazione di tale trasferimento i
distretti delle regioni di Novosibirsk e di Omsk, del territorio
dell'Altaj, del Kazakistan e di altre regioni limitrofe, dove le terre
abbondano.]
Mentre l'Armata rossa arretrava su tutti i fronti e le perdite quotidiane di combattenti, uccisi o fatti prigionieri, si contavano a decine di migliaia, per attuare la deportazione di questi gruppi Berija distaccò circa 14 mila uomini dalle truppe dell'N.K.V.D., assegnando il comando al vicecommissario del popolo per gli Affari interni, il generale Ivan Serov, che si era già distinto nella «ripulitura» dei paesi baltici. Considerando le circostanze e la disfatta senza precedenti dell'Armata rossa, le operazioni furono sbrigate con risolutezza. Fra il 3 e il 20 settembre 1941 furono deportati 446480 tedeschi, suddivisi in 230 convogli di 50 vagoni in media: circa 2000 persone per convoglio! Spostandosi a una velocità media di pochi chilometri orari, i convogli impiegavano fra le quattro e le otto settimane per arrivare a destinazione: nelle province di Omsk e Novosibirsk, in quella di Barnaul, nella Siberia meridionale, e nel territorio di Krasnojarsk, in Siberia orientale. Come era già accaduto nelle precedenti deportazioni dei popoli baltici, secondo le direttive ufficiali gli «sfollati» avevano avuto «un preciso lasso di tempo [sic] per prendere con sé provviste e vettovaglie sufficienti a un periodo di almeno un mese»!
Mentre si svolgeva l'«operazione principale» della deportazione, si succedevano le «operazioni secondarie» della stessa natura, determinate dalle contingenti necessità militari. Già il 29 agosto 1941 Molotov, Malenkov e Zdanov proposero a Stalin di «ripulire» la provincia e la città di Leningrado da 96 mila individui di origine tedesca e finlandese. Il 30 agosto le truppe tedesche giunsero alla Neva e interruppero le comunicazioni ferroviarie tra Leningrado e il resto del paese. Di giorno in giorno si faceva sempre più concreta la minaccia di un assedio della città, senza che le autorità competenti avessero provveduto a predisporre l'evacuazione della popolazione civile di Leningrado, né ad assicurare le riserve alimentari necessarie. Nondimeno, quello stesso 30 agosto Berija firmò una circolare che ordinava la deportazione di 132 mila persone della provincia leningradese, 96 mila in treno e 36 mila per via fluviale. L'N.K.V.D. fece in tempo ad arrestare e a deportare soltanto 11 mila cittadini sovietici di nazionalità tedesca.
Nelle settimane seguenti, analoghe operazioni si svolsero nelle province di Mosca (9640 tedeschi deportati il 15 settembre), Tula (2700 il 21 settembre), Gor'kij (3162 il 14 settembre), Rostov (38288 fra il 10 e il 20 settembre), Zaporoz'e (31320 dal 25 settembre al 10 ottobre), Krasnodar (38136 alla data del 15 settembre), Ordzonikidze (77570 al 20 settembre). Durante il mese di ottobre del 1941 la deportazione colpì ancora oltre 10 mila tedeschi residenti in Georgia, Armenia, Azerbaigian, nel Caucaso settentrionale e in Crimea. Da una valutazione in cifre dell'evacuazione dei tedeschi risulta che alla data del 25 dicembre 1941 erano state deportate 894600 persone, perlopiù nel Kazakistan e in Siberia; se si tiene conto dei tedeschi deportati nel 1942, il totale arriva a un milione 209430 unità, frutto di meno di un anno di operazioni, dall'agosto del 1941 al giugno del 1942. Ricordiamo che, secondo il censimento del 1939, la popolazione tedesca nell'URSS era costituita da un milione 427 mila persone. Fu quindi deportato oltre l'82 per cento dei tedeschi sparsi sul territorio sovietico, nello stesso momento in cui la situazione catastrofica del paese, sull'orlo dell'annientamento, avrebbe richiesto che i contingenti militari e di polizia concentrassero tutti gli sforzi nella lotta armata contro il nemico anziché essere impiegati nella deportazione di centinaia di migliaia di innocenti cittadini sovietici. In realtà la percentuale di cittadini sovietici di origine tedesca colpiti dal provvedimento era ancora più alta, se si tiene conto delle decine di migliaia di soldati e ufficiali di origine tedesca espulsi dai ranghi dell'Armata rossa e trasferiti nei battaglioni di disciplina dell'«Armata del lavoro», operante a Vorkuta, Kotlass, Kemerovo, Celjabinsk. In quest'ultima città, oltre 25 mila tedeschi lavoravano per costruire un complesso industriale metallurgico. Occorre precisare che nei battaglioni di disciplina le condizioni di vita e di lavoro erano del tutto analoghe a quelle del gulag.
Quanti deportati scomparvero durante il viaggio di trasferimento? Oggi non abbiamo ancora a disposizione la cifra complessiva, mentre la guerra e le violenze di quel periodo apocalittico impediscono di aggregare i dati sparsi relativi all'uno o all'altro convoglio. Ma nel caos dell'autunno del 1941, quanti dovettero essere i convogli che non giunsero mai a destinazione? Secondo il «piano», 29600 deportati tedeschi sarebbero dovuti giungere nella provincia di Karaganda verso la fine di novembre, ma nel conteggio stilato al primo gennaio 1942 si calcolano soltanto 8304 arrivi. Per la provincia di Novosibirsk il «piano» prevedeva 130998 individui, ma ne furono censiti soltanto 116612. Dov'erano finiti gli altri? Erano morti durante il viaggio? Erano stati mandati altrove? Nella regione dell'Altaj, in cui era stato «pianificato» di accogliere 11 mila deportati, ne arrivarono 94799! I rapporti dell'N.K.V.D. sull'insediamento dei deportati sono assai più eloquenti di questa sinistra aritmetica: sottolineano infatti all'unanimità quanto fossero «impreparate le regioni ad accoglierli».
Per obbligo di segretezza l'arrivo imminente di decine di migliaia di deportati fu annunciato alle autorità locali soltanto all'ultimo momento. Poiché non si erano potuti allestire alloggi, nonostante l'inverno incipiente i deportati furono acquartierati dove capitava: in baracche, nelle stalle o all'aria aperta. Tuttavia, dal momento che la mobilitazione aveva mandato al fronte gran parte della manodopera di sesso maschile, e che le autorità, in dieci anni, avevano avuto modo di farsi una certa esperienza in materia, l'«assegnazione economica» dei nuovi arrivati fu attuata in tempi più rapidi rispetto a quanto era avvenuto con i kulak deportati nel 1930 e abbandonati in mezzo alla taiga. Nel giro di pochi mesi la maggior parte dei deportati fu sistemata come gli altri coloni speciali, ossia in situazioni abitative, di lavoro e di approvvigionamento caratterizzate da particolare precarietà e durezza, e di solito alle dipendenze di un comando dell'N.K.V.D., di un kolhoz, di un sovhoz o di un complesso industriale .
***
Fra il novembre del 1943 e il giugno del 1944, alla deportazione dei tedeschi seguì una seconda, massiccia ondata di deportazioni. Sei popoli - i ceceni, gli ingusci, i tatari di Crimea, i caraciai, i balcari e i calmucchi - furono deportati in Siberia, in Kazakistan, in Uzbekistan e in Kirghizistan, colpiti dall'accusa pretestuosa di «avere collaborato in massa con l'occupante nazista». Fra il luglio e il dicembre del 1944 questa ondata principale, che travolse oltre 900 mila persone, fu seguita da altre operazioni, destinate a «ripulire» la Crimea e il Caucaso da altri gruppi nazionali ritenuti «di dubbia lealtà»: i greci, i bulgari, gli armeni di Crimea, i turchi mescheti, i curdi e i chemscini del Caucaso.
Per quanto riguarda il «collaborazionismo» con i nazisti, di cui si sarebbero macchiati i popoli delle montagne del Caucaso, i calmucchi e i tatari di Crimea, gli archivi e i documenti resi da poco accessibili agli studiosi non hanno portato nessuna nuova certezza. Su questo punto, perciò, dobbiamo limitarci a ricordare un certo numero di fatti che permettono soltanto di presumere, per induzione, l'esistenza di ristretti nuclei di collaborazionisti (in Crimea, nella Repubblica autonoma dei calmucchi, nella provincia autonoma dei caraciai e circassi e nella Repubblica autonoma di Cabardino-Balcaria), ma non quella di una situazione generale di collaborazionismo configurabile in una vera e propria politica. Gli episodi di collaborazionismo più controversi si riferiscono al luglio del 1942, quando l'Armata rossa aveva perduto Rostov sul Don, e all'occupazione tedesca del Caucaso, dall'estate del 1942 alla primavera del 1943. Nell'intervallo fra la partenza dei sovietici e l'arrivo dei nazisti, per colmare il vuoto di potere alcuni personaggi locali costituirono dei «comitati nazionali»: così avvenne a Mikojan-Sahar, nella provincia autonoma dei caraciai e circassi, a Nal'cik, nella Repubblica autonoma di Cabardino-Balcaria, e a Elista, nella Repubblica autonoma dei calmucchi. L'esercito tedesco riconobbe l'autorità dei comitati locali, che per qualche mese poterono godere di una certa autonomia in materia di economia, politica e religione. E poiché l'esperienza del Caucaso aveva alimentato ancor più il «mito musulmano» vagheggiato dal potere di Berlino, a Simferopol' i tatari di Crimea furono autorizzati dai tedeschi a creare un proprio «Comitato centrale musulmano».
Tuttavia, nel timore di dover fronteggiare una rinascita del movimento panturanico, stroncato dal potere sovietico nei primi anni Venti, le autorità naziste non accordarono mai ai tatari di Crimea l'autonomia di cui per qualche mese beneficiarono i calmucchi, i caraciai e i balcari. In cambio di una dose di autonomia concessa col contagocce, le autorità locali dovettero radunare un certo contingente di truppe per combattere i partigiani rimasti fedeli al regime sovietico, che si erano dati alla macchia. Si trattò complessivamente di alcune migliaia di uomini che componevano unità dal ridotto numero di effettivi: sei battaglioni tatari in Crimea e un corpo di cavalleria calmucca. Per quanto riguarda la Repubblica autonoma di Ceceno-Inguscezia, i nazisti ne occuparono soltanto zone molto limitate e per una decina di settimane appena, fra i primi di settembre e la metà di novembre del 1942; qui non vi fu ombra di collaborazionismo, ma è pur sempre vero che il popolo ceceno, avendo resistito alla colonizzazione dell'impero russo fino al 1859, anno della capitolazione, era rimasto indomito anche sotto il potere sovietico. Nel marzo-aprile del 1930, e ancora nell'aprile-maggio del 1932, per sopraffare i «banditi» contro i quali combattevano, le truppe speciali dell'N.K.V.D. avevano dovuto ricorrere all'artiglieria e all'aviazione. Esisteva quindi un pesante contenzioso tra il potere centrale e questo popolo indipendente che aveva sempre respinto la tutela di Mosca.
Le cinque grandi retate-deportazioni, che si verificarono fra il novembre del 1943 e il maggio del 1944, si svolsero secondo un procedimento collaudatissimo e, a differenza delle prime deportazioni di kulak, «con notevole efficienza operativa», secondo l'espressione usata dallo stesso Berija. La fase di «preparazione logistica» fu organizzata con cura per varie settimane, sotto la personale supervisione di Berija e dei suoi assistenti Ivan Serov e Bogdan Kobulov, presenti sul posto con il loro treno speciale blindato. Il numero di convogli da allestire era impressionante: 46 convogli di 60 vagoni ciascuno per deportare 93139 calmucchi in quattro giorni, dal 27 al 30 dicembre 1943, e 194 convogli di 65 vagoni ciascuno per deportare 521247 ceceni e ingusci in sei giorni, dal 23 al 28 febbraio 1944. Per queste operazioni di carattere eccezionale l'N.K.V.D. non lesinò i mezzi. In un momento in cui la guerra era nella sua fase cruciale, per il rastrellamento di ceceni e ingusci furono impiegati non meno di 119 mila uomini appartenenti alle truppe speciali dell'N.K.V.D.!
Le operazioni, di cui erano stati «cronometrati» i tempi ora per ora, cominciavano con l'arresto degli «elementi potenzialmente pericolosi», ossia di una quota compresa fra l'1 e il 2 per cento della popolazione, composta in massima parte da vecchi, donne e bambini, poiché la maggioranza degli uomini validi era sotto le armi. Se vogliamo credere ai «rapporti operativi» spediti a Mosca, tutto si svolse con grande celerità. Per esempio, durante il rastrellamento dei tatari di Crimea, fra il 18 e il 20 maggio 1944, la sera del primo giorno Kobulov e Serov, responsabili dell'operazione, telegrafarono a Berija: «Alle 20 di oggi abbiamo effettuato il trasferimento di 90 mila individui alle stazioni. Sono già partiti 17 convogli che portano a destinazione 48 mila individui; per 25 convogli sono in corso le operazioni di carico. L'operazione non ha provocato alcun incidente. L'operazione prosegue». Il giorno dopo, 19 maggio, Berija informò Stalin che al termine della seconda giornata si trovavano radunati nelle stazioni 165515 individui, 136412 dei quali erano stati caricati sui convogli partiti verso «la destinazione specificata nelle direttive». Il terzo giorno, 20 maggio, Serov e Kobulov inviarono a Berija un telegramma per comunicargli che alle 16.30 l'operazione si era conclusa. In totale stavano per mettersi in viaggio 63 convogli con 173287 persone; quella sera stessa sarebbero partiti gli ultimi quattro convogli con le rimanenti 6727.
A giudicare dai rapporti stilati dai burocrati dell'N.K.V.D., le operazioni necessarie per riuscire a deportare centinaia di migliaia di persone non sarebbero state altro che pure formalità: tant'è vero che ognuna di esse appariva più «riuscita», più «efficiente», più «economica» della precedente. Dopo la deportazione di ceceni, ingusci e balcari, un certo Mil'shtejn, funzionario dell'N.K.V.D., compilò un lungo rapporto sulle... «economie di vagoni, tavole, secchi e badili ... ottenute nelle ultime deportazioni rispetto alle precedenti»:
Ma qual era la spaventosa realtà di quel viaggio, dissimulato dalla visione burocratica di un'operazione perfettamente riuscita secondo i criteri dell'N.K.V.D.? Ecco alcune testimonianze di superstiti tatari raccolte alla fine degli anni Settanta:
"Il viaggio fino alla stazione di Zerabulak, nella regione di Samarcanda, durò 24 giorni. Di là ci portarono al kolhoz Pravda. Ci costrinsero a riparare delle carrette ... Noi lavoravamo e avevamo fame. Molti di noi non si reggevano in piedi. Dal nostro villaggio avevano deportato trenta famiglie. Sopravvissero una o due persone in cinque famiglie. Tutti gli altri morirono di fame o di malattia".
Un altro superstite ha raccontato:
"Dentro i vagoni, che erano ermeticamente chiusi, si moriva come mosche, per la fame e la mancanza d'aria; non ci davano niente, né da bere né da mangiare. Nei villaggi che attraversavamo la popolazione era stata aizzata contro di noi - avevano detto alla gente che sui treni erano rinchiusi dei traditori della patria - e le pareti dei vagoni rimbombavano per i sassi che ci tiravano contro. Quando si aprirono le porte, nel bel mezzo delle steppe del Kazakistan, ci dettero da mangiare delle razioni militari, ma nulla da bere, e ci ordinarono di gettare i nostri morti lungo i binari, senza seppellirli. Poi ripartimmo".
Arrivati «a destinazione», in Kazakistan, in Kirghizistan, in Uzbekistan o in Siberia, i deportati erano assegnati ai kolhoz o alle industrie, e ogni giorno si trovavano a dover affrontare problemi di alloggio, di lavoro, di sopravvivenza, come attestano tutti i rapporti inviati alle autorità centrali dai dirigenti periferici dell'N.K.V.D., conservati nel ricchissimo fondo d'archivio dedicato agli «insediamenti speciali» del gulag. Per esempio, in un rapporto del settembre del 1944 proveniente dal Kirghizistan si dice che avevano ricevuto un'abitazione soltanto 5000 famiglie sulle 31 mila deportate da poco. Oltretutto, il concetto di «abitazione» era molto elastico. Leggendo il testo con attenzione si scopre che nel distretto di Kameninskij le autorità locali avevano alloggiato 900 famiglie in... 18 appartamenti di un sovhoz, ossia 50 famiglie per ciascun appartamento! Da una simile cifra inconcepibile si deduce che nell'imminenza dell'inverno le famiglie deportate dal Caucaso, nelle quali era spesso presente un gran numero di bambini, dormivano a volte negli «appartamenti» e a volte all'aperto.
In una lettera a Mikojan del novembre del 1944, ossia quasi un anno dopo la deportazione dei calmucchi, Berija stesso riconosceva che questi ultimi «si trovavano in condizioni di vita e in una situazione sanitaria di straordinaria difficoltà: nella maggior parte dei casi non hanno né biancheria, né vestiti, né scarpe». Due anni dopo, due responsabili dell'N.K.V.D. riferivano: «Il 30 per cento dei calmucchi in condizione di lavorare non lavora perché non possiede scarpe. La totale assenza di adattamento al clima rigido, a situazioni inconsuete e l'ignoranza della lingua si fanno sentire e provocano ulteriori difficoltà». In genere i deportati erano pessimi lavoratori: privi di radici, affamati, si trovavano aggregati a fattorie collettive che non erano neppure in grado di assicurare la sopravvivenza al personale abitualmente in dotazione, oppure erano collocati dalla direzione dell'azienda a svolgere mansioni per le quali non avevano nessuna preparazione. Scriveva a Stalin D. P. Pjurveev, ex presidente della Repubblica autonoma dei calmucchi:
"La situazione dei calmucchi deportati in Siberia è tragica: hanno perduto il proprio bestiame; sono arrivati in Siberia privi di tutto ... Non si adattano alle nuove condizioni, in cui per vivere bisogna produrre ... I calmucchi assegnati ai kolhoz non ricevono nessun vettovagliamento, perché gli stessi colcosiani non hanno niente. Quanto a coloro che sono stati assegnati a imprese industriali, non sono riusciti a integrarsi nella nuova situazione di operai, e quindi si trovano in uno stato di indigenza che non permette loro di approvvigionarsi in modo adeguato".
Proviamo a tradurre il linguaggio cifrato del messaggio: i calmucchi, allevatori nomadi, di fronte alle macchine si smarrivano, e tutto il loro magro salario serviva a pagare le multe in cui incorrevano per le mancanze commesse sul lavoro!
Per avere un'idea dell'ecatombe che colpì i deportati consideriamo alcune cifre. Nel gennaio del 1946 l'amministrazione degli insediamenti speciali censì 70360 calmucchi rispetto ai 92 mila deportati due anni prima. Allo scadere del primo luglio 1944 erano arrivate in Uzbekistan 35750 famiglie tatare, per un totale di 151424 persone; sei mesi dopo le famiglie erano 818 di più, ma gli individui erano 16 mila in meno! Sulle 608749 persone deportate dal Caucaso, 146892 erano morte al primo ottobre 1948 (ossia quasi una su quattro) e nel frattempo si erano avuti soltanto 28120 nati. Sulle 228392 persone deportate dalla Crimea, quattro anni dopo ne erano morte 44887, mentre nello stesso periodo le nascite erano state solo 6564 . Il fenomeno dell'eccesso di mortalità appare con ancor maggiore evidenza se consideriamo che una quota fra il 40 e il 50 per cento dei deportati era costituita da bambini sotto i sedici anni; perciò tali decessi erano dovuti a «morte naturale» soltanto per una percentuale infima. E per quanto riguarda i giovani sopravvissuti, quale avvenire potevano aspettarsi? Su 89 mila bambini in età scolare deportati nel Kazakistan, meno di 12 mila ricevevano un'istruzione scolastica... e questo nel 1948, ossia quattro anni dopo la deportazione. Del resto, le disposizioni ufficiali stabilivano che ai figli dei «coloni speciali» dovesse essere assicurato l'insegnamento esclusivamente in lingua russa.
***
Durante la guerra le deportazioni collettive colpirono anche altri popoli. Pochi giorni dopo aver concluso la deportazione dei tatari di Crimea, il 29 maggio 1944 Berija scrisse a Stalin: «L'N.K.V.D. stima ragionevole [sic] espellere dalla Crimea tutti i bulgari, i greci e gli armeni». Ai primi si rimproverava di avere «attivamente prestato la propria opera per fabbricare pane e prodotti alimentari destinati all'esercito tedesco durante l'occupazione nazista», nonché di avere «collaborato con le autorità militari tedesche per cercare soldati dell'Armata rossa e partigiani». I greci, «dopo l'arrivo degli occupanti», avevano «creato piccole imprese industriali»: «le autorità tedesche li hanno aiutati a fare commercio, trasporto di merci eccetera». Gli armeni, infine, erano accusati di aver creato a Simferopol' un'organizzazione collaborazionista, detta «Dromedar», presieduta dal generale armeno Dro, la quale «si occupava, oltre che di questioni religiose e politiche, di sviluppare il piccolo commercio e l'industria». Secondo Berija, tale organizzazione aveva «raccolto fondi per le esigenze militari dei tedeschi e per contribuire alla creazione di una Legione armena».
Quattro giorni dopo, il 2 giugno 1944, Stalin firmò un decreto del Comitato statale per la difesa in cui si ordinava di «completare l'espulsione dei tatari di Crimea con l'espulsione di 37 mila bulgari, greci e armeni, complici dei tedeschi». Così come per gli altri contingenti di deportati, il decreto fissava arbitrariamente le quote per ciascuna «regione di accoglienza»: 7000 per la provincia di Gur'ev, nel Kazakistan, 10 mila per quella di Molotov, negli Urali, 6000 per la provincia di Kemerovo, 4000 per la Repubblica dei baschiri. Secondo la terminologia classica, «l'operazione si svolse con pieno successo» il 27 e 28 giugno 1944. In questi due giorni furono deportate 41854 persone, «ossia il 111 per cento del previsto», come si faceva notare nel rapporto.
Dopo aver «epurato» la Crimea dai tedeschi, dai tatari, dai bulgari, dai greci e dagli armeni, l'N.K.V.D. decise di «ripulire» le frontiere del Caucaso. Tali operazioni su vasta scala erano in effetti il naturale prolungamento, in forma più sistematica, delle operazioni «antispie» degli anni 1937-1938, e si ispiravano appunto alla stessa sacralizzazione ossessiva delle frontiere. Il 21 luglio 1944 un nuovo decreto del Comitato statale per la difesa, con la firma di Stalin, ordinò di deportare 86 mila turchi mescheti, curdi e chemscini dalle regioni confinarie della Georgia. Questi popoli dell'ex Impero ottomano erano da secoli insediati in territori di montagna. Inoltre, poiché alcuni di essi conducevano vita nomade, avevano la consuetudine di attraversare liberamente la frontiera turco-sovietica nelle due direzioni, sicché i preparativi del rastrellamento furono particolarmente lunghi. L'operazione richiese una decina di giorni, dal 15 al 25 novembre 1944, e fu condotta da 14 mila uomini appartenenti ai corpi speciali dell'N.K.V.D. Per attuarla furono usati 900 camion Studebaker, inviati dagli americani in base alla legge sugli affitti e prestiti, che impegnava gli Stati Uniti a fornire materiale bellico a quasi tutte le potenze alleate!.
In un rapporto a Stalin del 28 novembre, Berija vantava l'impresa di essere riuscito a trasferire 91095 persone in dieci giorni «in condizioni di particolare difficoltà». Come spiegava lo stesso Berija, tutti questi individui, il 49 per cento dei quali era costituito da bambini sotto i sedici anni, erano potenziali spie turche: «Una frazione considerevole della popolazione di questa regione ha legami di famiglia con gli abitanti delle regioni confinarie della Turchia. Era gente che faceva del contrabbando, manifestava la tendenza a voler emigrare e forniva reclute ai servizi di informazione turchi oltre che ai gruppi di banditi operanti sulla linea di frontiera». Secondo le statistiche del Dipartimento insediamenti speciali del gulag, il totale delle persone deportate in Kazakistan e Kirghizistan durante tale operazione avrebbe raggiunto le 94955 unità. Fra il novembre del 1944 e il luglio del 1948 morirono 19540 fra mescheti, curdi e chemscini deportati, ossia il 21 per cento del contingente. Un simile tasso di mortalità, fra il 20 e il 25 per cento in quattro anni, risulta più o meno uguale in tutte le nazionalità «punite» dal regime.
Durante la guerra il contingente di coloni speciali si rinnovò e crebbe in misura considerevole, passando da circa un milione 200 mila persone a oltre 2 milioni 500 mila in conseguenza dell'arrivo in massa di centinaia di migliaia di persone deportate in base a criteri di appartenenza etnica. Mentre prima della guerra il grosso dei coloni speciali era costituito dai «dekulakizzati», il numero di questi ultimi crollò da circa 936 mila all'inizio del conflitto a 622 mila nel maggio del 1945. Infatti i «dekulakizzati» adulti di sesso maschile furono chiamati a decine di migliaia sotto le armi, con l'eccezione tuttavia dei capifamiglia deportati; le mogli e i figli degli arruolati ricuperavano la condizione di liberi cittadini ed erano cancellati dagli elenchi dei coloni speciali, ma a causa della guerra non potevano lasciare il luogo del domicilio coatto loro assegnato, tanto più che avevano subito la confisca di tutti i beni, compresa la casa di abitazione.
Senza dubbio le condizioni in cui erano costretti a sopravvivere i detenuti del gulag non furono mai tanto terribili come negli anni 1941-1944. Carestia, epidemie, sovraffollamento, sfruttamento disumano: ecco il destino che toccava a ogni "zek" (detenuto) sopravvissuto alla fame, alla malattia, all'obbligo di completare ogni giorno una quota di lavoro sempre più alta, alle denunce dello stuolo di informatori incaricati di smascherare le «organizzazioni controrivoluzionarie di detenuti», ai processi e alle esecuzioni sommarie.
Nei primi mesi della guerra l'avanzata tedesca costrinse l'N.K.V.D. a evacuare un gran numero di prigioni, di colonie di lavoro e di campi che erano sotto la sua giurisdizione e rischiavano di cadere in mano nemica. Fra il luglio e il dicembre del 1941 furono trasferiti a oriente 210 colonie, 135 prigioni e 27 campi, per un totale di circa 750 mila detenuti. Il capo del gulag, Nasedkin, nello stendere un bilancio dell'«attività del gulag durante la Grande guerra patriottica», affermava che «generalmente l'evacuazione dei campi fu compiuta in modo organizzato». Però Nasedkin aggiungeva: «A causa della mancanza di mezzi di trasporto i detenuti furono evacuati perlopiù a piedi, su percorsi che spesso superavano il migliaio di chilometri». Si può immaginare in quali condizioni arrivassero a destinazione! Quando non c'era il tempo di evacuare i campi, come spesso avvenne nelle prime settimane della guerra, i detenuti venivano sommariamente giustiziati. In particolare fu così nell'Ucraina occidentale, dove, alla fine del giugno del 1941, l'N.K.V.D. massacrò 10 mila prigionieri a Leopoli, 1200 nella prigione di Luck, 1500 a Stanyslaviv, 500 a Dubno eccetera. Quando arrivarono nelle regioni di Leopoli, Zitomir e Vinnica, i tedeschi scoprirono decine di fosse comuni. Adducendo il pretesto delle «atrocità giudaico-bolsceviche», i "Sonderkommando" nazisti si affrettarono a massacrare decine di migliaia di ebrei.
In tutti i rapporti stilati dall'amministrazione del gulag per gli anni 1941-1944 si riconosce che durante la guerra le condizioni di vita nei campi avevano subito uno spaventoso degrado. Nei campi sovraffollati la «superficie abitativa» che toccava a ciascun detenuto subì un crollo, da 1,5 a 0,7 metri quadrati per persona. In termini più espliciti, ciò significava che i detenuti dormivano su tavolacci facendo i turni, perché ormai le reti da letto erano un «lusso» da riservare ai «lavoratori delle squadre d'assalto». Nel 1942 la «razione calorica alimentare» precipitò al 65 per cento di quella fissata prima della guerra. I detenuti furono ridotti alla fame e nel 1942 tifo e colera fecero la loro ricomparsa nei campi. Secondo dati ufficiali, quell'anno morirono 90 mila prigionieri. Nel 1941 il tasso di mortalità annuo si era avvicinato all'8 per cento, con circa 101 mila decessi registrati soltanto nei campi di lavoro, senza contare le colonie.
Le notizie ricevute dal dipartimento operativo dell'N.K.V.D. della
regione di Novosibirsk segnalano un forte aumento della mortalità fra
i detenuti dei dipartimenti del Siblag di Ahlursk, Kuzneck e
Novosibirsk...
Tale elevata mortalità, alla quale si accompagna una diffusione
massiccia delle malattie fra i detenuti, è senza dubbio provocata dal
generale dimagrimento dovuto alla sistematica carenza di alimentazione
associata allo svolgimento di lavori pesanti; contemporaneamente si
osserva l'insorgenza della pellagra e l'indebolimento dell'attività
cardiaca.
Il ritardo nel prestare cure mediche agli ammalati e la gravosità dei
lavori compiuti dai detenuti, con orari prolungati e mancanza di
razioni alimentari suppletive, costituiscono un altro complesso di
cause che spiegano l'alto grado di morbilità e di mortalità...
Fra i detenuti avviati ai campi dai vari centri di selezione si sono
osservati numerosi casi di mortalità, di pronunciata magrezza e di
epidemie. Per esempio, sui 539 detenuti avviati in convoglio al
dipartimento Mariinskoe dal centro di selezione di Novosibirsk, l'8
ottobre 1 941, più del 30 per cento presentava caratteri di estrema
magrezza di origine pellagrosa ed era gravemente infestato dai
pidocchi. Oltre ai deportati, sono arrivati a destinazione sei
cadaveri [1]. Nella notte dall'8 al 9 ottobre sono morte altre cinque
persone dello stesso convoglio. Nel convoglio proveniente dallo stesso
centro di selezione e giunto al dipartimento Mariinskoe il 20
settembre, il 100 per cento dei detenuti era coperto di pidocchi, e
una percentuale notavole era priva di biancheria intima...
Negli ultimi tempi nei campi del Siblag si sono accertati numerosi
atti di sabotaggio compiuti dal personale medico costituito da
detenuti. Per esempio, l'aiutante sanitario del campo di Ahzer
(dipartimento di Tajginsk), condannato ai sensi dell'articolo 58-10
[2], ha organizzato un gruppo di quattro detenuti avente lo scopo di
sabotare la produzione [3]. I membri del gruppo mandavano ai lavori
più faticosi i detenuti ammalati e non li curavano in tempo, nella
speranza di riuscire a impedire al campo di attuare le quote di
produzione stabilite dal piano.
Il vicecapo del dipartimento operativo del gulag,
capitano delle forze di Sicurezza, Kogenman]
Nel 1942 l'amministrazione dei campi del gulag registrò 249 mila decessi, ossia un tasso di mortalità del 18 per cento; nel 1943 i decessi furono 167 mila, equivalenti a un tasso del 17 per cento. Considerando soltanto gli anni 1941-1943 e sommando le esecuzioni di detenuti ai decessi avvenuti in carcere e nei campi di lavoro forzato, possiamo stimare a circa 600 mila il numero di morti nel gulag. I superstiti erano peraltro in condizioni penose. Secondo dati forniti dall'amministrazione, alla fine del 1942 solo il 19 per cento dei detenuti era idoneo a svolgere lavori «pesanti», il 17 per cento lavori «mediamente faticosi», mentre il 64 per cento poteva svolgere «lavori leggeri», ovvero era invalido.
Il «forte degrado della situazione sanitaria del contingente», per usare un eufemismo coniato dall'amministrazione del gulag, a quanto pare non impedì alle autorità di esercitare una pressione costante sui detenuti, fino all'esaurimento. Il capo del gulag riferisce in un suo rapporto: «Dal 1941 al 1944 il valore medio di una giornata di lavoro è aumentato da 9,5 a 21 rubli». Diverse centinaia di migliaia di detenuti furono assegnati alle fabbriche di armi, in sostituzione della manodopera arruolata nelle forze armate. Il ruolo avuto dal gulag nell'economia bellica si dimostrò importantissimo. Secondo le stime dell'amministrazione carceraria, il lavoro compiuto dai detenuti avrebbe assicurato circa un quarto della produzione in alcuni settori chiave dell'industria degli armamenti, della metallurgia e dell'estrazione mineraria.
Nonostante la «compattezza patriottica» [sic] dimostrata dai detenuti, «impegnati al 95 per cento nella competizione socialista», la repressione non si allentava, soprattutto nei confronti dei «politici». Grazie a un decreto approvato il 22 giugno 1941 dal Comitato centrale, neppure uno dei «58» (i detenuti condannati in base all'articolo 58 del Codice penale, che sanzionava i «delitti controrivoluzionari»), poteva essere liberato prima della fine della guerra, anche se avesse terminato di scontare la pena.
L'amministrazione del gulag creò dei campi speciali, «a regime rafforzato», situati nelle regioni più inospitali (la Kolyma e l'Artico), in cui isolava una parte dei politici condannati per aver «militato in un'organizzazione trotzkista o destrorsa» o in un «partito controrivoluzionario», oppure per «spionaggio», «terrorismo», «tradimento». In questi campi il tasso di mortalità annuo arrivava al 30 per cento. Un decreto del 22 aprile 1943 istituiva i «bagni penali a regime rafforzato», veri e propri campi della morte nei quali i detenuti venivano sfruttati in condizioni tali da non lasciare possibilità di sopravvivenza: un lavoro massacrante di dodici ore al giorno nelle miniere d'oro, di carbone, di piombo, di radio, soprattutto nelle regioni della Kolyma e di Vorkuta.
In tre anni, dal luglio del 1941 al luglio del 1944, i tribunali speciali dei campi pronunciarono sentenze di ulteriore condanna a carico di 148 mila detenuti, 10858 dei quali furono giustiziati: 208 di essi per «spionaggio», 4307 per «atti di diversione terroristica», 6016 per «aver organizzato nel campo un'insurrezione o una sommossa». Secondo l'N.K.V.D., durante la guerra furono smantellate nei campi del gulag 603 «organizzazioni di detenuti». Una tale cifra doveva in primo luogo confermare la «vigilanza» di un corpo che a sua volta era stato in larga misura rinnovato (una parte delle truppe speciali che sorvegliavano i campi era stata infatti assegnata ad altri compiti, in particolare alle retate-deportazioni), ma è altresì vero che proprio durante gli anni del conflitto nei campi ebbero luogo le prime evasioni collettive e le prime insurrezioni di rilievo.
In realtà, durante la guerra la popolazione del gulag subì notevoli mutamenti. In seguito al Decreto del 12 luglio 1941 furono liberati, per essere subito arruolati nell'Armata rossa, oltre 577 mila detenuti che, secondo quanto riconoscevano le stesse autorità, erano stati condannati «per reati insignificanti, come assenze ingiustificate dal lavoro o piccoli furti». In totale, negli anni di guerra - calcolando anche i detenuti che terminavano di scontare le loro condanne - un milione 68800 persone furono trasferite direttamente dal gulag al fronte. I detenuti più deboli, quelli che non riuscirono a adeguarsi alle spietate condizioni di vita dei campi, entrarono nel novero delle quasi 600 mila persone morte nel gulag nel solo biennio 1941-1943. Mentre i campi e le colonie penali si svuotavano di una vera e propria folla di detenuti, costituita dai condannati a pene minori, rimasero e sopravvissero gli individui più solidi, e anche più duri, sia fra i politici sia fra i detenuti per reati comuni. La percentuale di quanti dovevano scontare pene prolungate (oltre gli otto anni) ai sensi dell'articolo 58 del Codice penale subì un forte aumento: dal 27 al 43 per cento del numero complessivo di internati. L'evoluzione della popolazione carceraria, che era cominciata nei primi tempi del conflitto, si sarebbe accentuata dal 1944-1945 in poi. Infatti, in questi due anni il gulag avrebbe visto un aumento notevolissimo di effettivi, con un picco del 45 per cento in più fra il gennaio del 1944 e il gennaio del 1946.
***
L'immagine dell'anno 1945 in Unione Sovietica, quale è apparsa in generale al mondo esterno, riflette esclusivamente la faccia dorata della medaglia, la glorificazione di un paese senza dubbio devastato, ma trionfante. Fran‡ois Furet afferma: «Nel 1945 l'URSS si presenta come il grande Stato vittorioso, in cui alla forza materiale si associa il messianismo dell'uomo nuovo». Nessuno vede - nessuno vuol vedere - i retroscena della situazione, peraltro occultati con la massima cura. Gli archivi del gulag mostrano invece come l'anno della vittoria abbia segnato al tempo stesso un nuovo apogeo del sistema concentrazionario sovietico. Il ritorno della pace sul fronte esterno non ebbe come conseguenza attenuazioni o pause nel controllo esercitato dallo Stato all'interno, su una società straziata da quattro anni di guerra. Al contrario, nel 1945 si assistette a un ricupero del controllo totale, sia sulle regioni incorporate dall'Unione Sovietica a mano a mano che l'Armata rossa avanzava verso ovest, sia sui milioni di cittadini sovietici che per un certo periodo si erano trovati «fuori dal sistema».
I territori annessi nel 1939-1940 (le repubbliche baltiche, la Bielorussia occidentale, la Moldavia, l'Ucraina occidentale), che per quasi tutta la durata del conflitto erano rimasti fuori dal sistema sovietico, subirono una seconda «sovietizzazione» dopo quella del 1939-1941. I movimenti nazionali che vi si erano costituiti, e che si opponevano all'incorporazione nell'Unione Sovietica, innescarono un meccanismo di azione e reazione fra resistenza armata, persecuzione e repressione. Il rifiuto dell'annessione fu particolarmente ostinato nell'Ucraina occidentale e nelle repubbliche baltiche.
Con la prima occupazione dell'Ucraina occidentale, dal settembre del 1939 al giugno del 1941, era nata un'organizzazione armata clandestina abbastanza potente, l'OUN ("Ob''edinen'e ukrainskih nacionalistov", Unione dei nazionalisti ucraini), alcuni membri della quale si aggregarono a unità delle S.S. per combattere ebrei e comunisti. Nel luglio del 1944, con il sopraggiungere dell'Armata rossa, l'OUN costituì un Consiglio supremo di liberazione dell'Ucraina. Roman Suhovic, capo dell'OUN, prese il comando dell'UPA ("Ukrainskaja partizanskaja armija", Armata ucraina partigiana), la quale, secondo fonti ucraine, nell'autunno del 1944 avrebbe avuto una consistenza di oltre 20 mila uomini. Il 31 marzo 1944 Berija firmò un decreto che prescriveva di arrestare e deportare nella regione di Krasnojarsk tutti i membri delle famiglie degli affiliati alle formazioni resistenziali dell'OUN e dell'UPA: dal febbraio all'ottobre del 1944 furono deportati con questa motivazione 100300 civili, vecchi, donne e bambini. I 37 mila combattenti catturati in questo periodo furono inviati nel gulag. Alla morte di monsignor Sceptickij, metropolita della Chiesa uniate di Ucraina, avvenuta nel novembre del 1944, le autorità sovietiche obbligarono questa Chiesa a fondersi con la Chiesa ortodossa.
Per troncare alla radice le resistenze alla sovietizzazione gli agenti dell'N.K.V.D. visitavano le scuole, dove esaminavano gli elenchi e le pagelle degli alunni che avevano studiato nel periodo prebellico, quando l'Ucraina occidentale era parte della Polonia «borghese». Dalle loro ricerche ricavavano liste di nomi degli individui da sottoporre ad arresto preventivo, in cui figuravano ai primi posti gli allievi più dotati, che a giudizio degli agenti erano considerati «potenzialmente ostili al regime sovietico». Secondo un rapporto di Kobulov, uno degli assistenti di Berija, nella Bielorussia occidentale fra il settembre del 1944 e il marzo del 1945 furono arrestati oltre 100 mila «disertori» e «collaborazionisti». Questa regione, così come l'Ucraina occidentale, era considerata «brulicante di elementi ostili al regime sovietico». Sulla base di statistiche molto parziali si calcola che nella sola Lituania, tra il primo gennaio e il 15 marzo 1945, siano state effettuate 2257 «operazioni di pulizia».
Il risultato di tali operazioni fu la morte di oltre 6000 «banditi» e l'arresto di oltre 75 mila fra «banditi, affiliati ai gruppi nazionalisti e disertori». Nel 1945 furono deportati dalla Lituania oltre 38 mila «membri delle famiglie di elementi estranei alla società, banditi e nazionalisti». E' significativo che negli anni 1944-1946 la percentuale di ucraini e di appartenenti alle popolazioni baltiche presente fra i detenuti del gulag abbia avuto una spettacolare impennata: rispettivamente il 140 e il 420 per cento in più. Alla fine del 1946 gli ucraini erano il 23 per cento degli internati nei campi, mentre i baltici arrivavano quasi al 6 per cento: una percentuale assai maggiore rispetto a quella che tali nazionalità rappresentavano sul totale della popolazione sovietica.
L'incremento della popolazione del gulag nel 1945 si deve anche al trasferimento nei campi di centinaia di migliaia di individui provenienti dai «campi di verifica e di filtraggio», istituiti alla fine del 1941 parallelamente ai campi di lavoro del gulag. In essi erano relegati i prigionieri di guerra sovietici liberati o sfuggiti alle mani del nemico, sui quali cadeva il sospetto pregiudiziale di essere spie potenziali, o almeno individui «contaminati» dall'aver trascorso un periodo al di fuori del «sistema». In tali campi erano inoltre internati gli uomini, in età tale da poter essere arruolati, provenienti dai territori già occupati dal nemico (che a loro volta avevano subito la contaminazione), oltre agli "starosta" (capigruppo) e alle altre persone che sotto il regime degli occupanti avevano svolto una qualche funzione di autorità, per quanto minima. Secondo dati ufficiali, dal gennaio del 1942 all'ottobre del 1944 nei campi di verifica e di filtraggio transitarono oltre 421 mila persone.
A mano a mano che l'Armata rossa avanzava verso ovest e si riappropriava dei territori rimasti sotto occupazione tedesca per due o tre anni, e mentre riottenevano la libertà milioni di prigionieri di guerra sovietici e di deportati nei campi di lavoro, la questione delle modalità di rimpatrio alla quale sottoporre i militari e civili sovietici acquistava una portata senza precedenti. Nell'ottobre del 1944 il governo sovietico istituì una Direzione per gli affari relativi al rimpatrio e ne affidò la responsabilità al generale Golikov. Quest'ultimo, in un'intervista pubblicata dalla stampa l'11 novembre 1944, rilasciò le seguenti significative dichiarazioni: «Il potere sovietico si preoccupa della sorte dei suoi figli caduti nella schiavitù nazista. Essi saranno degnamente ricevuti nella loro casa, come figli della patria. Secondo il governo sovietico, perfino i cittadini sovietici che sotto la minaccia del terrore nazista hanno commesso atti contrari agli interessi dell'URSS non saranno chiamati a rispondere delle loro azioni, purché ritornando in patria siano pronti a compiere con lealtà il proprio dovere di cittadini». Questo genere di dichiarazioni, che ricevette ampia diffusione, non mancò di trarre in inganno gli Alleati, altrimenti non si spiegherebbe lo zelo con cui questi ultimi applicarono una clausola degli accordi di Jalta riguardante il rimpatrio in URSS di tutti i cittadini sovietici «presenti fuori dai confini della loro patria». In base agli accordi, gli unici a essere costretti con la forza a rientrare dovevano essere coloro che avevano indossato l'uniforme tedesca o collaborato con il nemico. Invece, tutti i cittadini sovietici «fuori dai confini» vennero consegnati agli agenti dell'N.K.V.D. incaricati di sovrintendere all'inquadramento militare del loro rientro.
L'11 maggio 1945, tre giorni dopo la cessazione delle ostilità, il governo sovietico ordinò di allestire cento nuovi campi di verifica e di filtraggio, ciascuno della capacità di diecimila posti. I prigionieri di guerra sovietici rimpatriati dovevano tutti passare la «verifica» dell'organizzazione di controspionaggio, la Smers, mentre i civili erano filtrati dai servizi dell'N.K.V.D. costituiti ad hoc. Tra il maggio del 1945 e il febbraio del 1946, in nove mesi, furono rimpatriati oltre 4 milioni 200 mila sovietici: un milione 545 mila prigionieri di guerra superstiti, sui 5 milioni catturati dai nazisti, e 2 milioni 655 mila civili, fra deportati nei campi di lavoro e persone fuggite verso ovest durante i combattimenti. Dopo il passaggio obbligatorio in un campo di filtraggio e di verifica, il 57,8 per cento dei rimpatriati, perlopiù donne e bambini, fu autorizzato a rientrare nelle proprie case, il 19,1 per cento arruolato nell'esercito, spesso in battaglioni di disciplina, il 14,5 per cento assegnato, in genere per un periodo di due anni, ai «battaglioni della ricostruzione» e circa 360 mila persone, l'8,6 per cento del totale, vennero internate nei campi del gulag, perlopiù con l'accusa - che comportava dai dieci ai vent'anni di reclusione - di essere «traditori della patria», o inviate in una delle zone sotto la giurisdizione dell'N.K.V.D. con lo statuto di «coloni speciali».
Un destino particolare fu riservato ai "vlasovec", i soldati sovietici che avevano seguito il generale Andrej Vlasov, comandante della Seconda Armata caduto prigioniero dei tedeschi nel luglio del 1942. Vlasov, antistalinista convinto, aveva accettato di collaborare con i nazisti per liberare il proprio paese dalla tirannide bolscevica. Con l'approvazione delle autorità tedesche aveva costituito un «Comitato nazionale russo» e radunato due divisioni di una «Armata di liberazione russa». Dopo la sconfitta della Germania nazista, gli Alleati consegnarono ai sovietici il generale Vlasov e i suoi ufficiali, che furono giustiziati. I soldati che costituivano la sua armata, amnistiati da un decreto del novembre del 1945, furono deportati per sei anni in Siberia, nel Kazakistan e nell'estremo nord. Al principio del 1946 gli elenchi del Dipartimento degli esiliati e dei coloni speciali presso il ministero dell'Interno citavano 148079 "vlasovec"; inoltre, parecchie migliaia di "vlasovec", in massima parte sottufficiali, furono accusati di tradimento e mandati nei campi di lavoro del gulag.
Insomma, gli «insediamenti speciali», i campi e le colonie penali del gulag, i campi di verifica e filtraggio e i penitenziari sovietici non erano mai stati così affollati come nell'anno della vittoria: in totale ospitavano circa 5 milioni e mezzo di persone, senza distinzione fra le varie categorie. Tale record è rimasto a lungo eclissato dai festeggiamenti in onore della vittoria e dall'«effetto Stalingrado». Infatti, con la fine della seconda guerra mondiale si aprì un periodo, durato all'incirca un decennio, durante il quale il modello sovietico avrebbe esercitato un fascino particolare, mai più eguagliato, su decine di milioni di persone in un gran numero di paesi. Il fatto che l'URSS avesse pagato la vittoria sul nazismo con il tributo più pesante, in termini di vittime, mascherava il carattere stesso della dittatura staliniana, facendo svanire i sospetti che i processi di Mosca o il patto Hitler-Stalin avevano suscitato a suo tempo nei confronti del regime. D'altronde, quei tempi sembravano allora assai remoti.
Naturalmente lo era soprattutto nei «campi a regime speciale», dove i «politici» arrivati dal 1945 - «nazionalisti» ucraini e baltici esperti di lotta armata, «elementi estranei» delle regioni appena annesse, «collaborazionisti» reali o presunti e altri «traditori della patria» - dimostravano assai maggior decisione rispetto ai «nemici del popolo» degli anni Trenta, ex quadri del Partito convinti che il loro internamento fosse dovuto a qualche terribile equivoco. Questi detenuti erano condannati a pene da venti a venticinque anni, e non nutrivano alcuna speranza di essere liberati prima del tempo; insomma, non avevano più niente da perdere. Inoltre, il loro isolamento nei campi a regime speciale li aveva liberati dalla convivenza quotidiana con i detenuti per reati comuni. Come ha osservato Aleksandr Solzenicyn, proprio la promiscuità dei politici con i detenuti per reati comuni costituiva uno dei principali ostacoli all'instaurarsi di un clima di solidarietà. Una volta eliminato tale ostacolo, i campi speciali diventarono subito focolai di opposizione e di rivolta contro il regime. Erano particolarmente attive le reti ucraine e baltiche, intessute nella clandestinità della resistenza. Aumentarono le astensioni dal lavoro, gli scioperi della fame, le evasioni di gruppo, le sommosse. Secondo ricerche ancora incomplete, soltanto nel periodo 1950-1952 si verificarono sedici sommosse e rivolte di una certa portata, in ciascuna delle quali furono coinvolte centinaia di detenuti.
Le «ispezioni Kruglov» del 1951 rivelarono anche il degrado della situazione nei campi «ordinari», che si traduceva in un «allentamento generale della disciplina». Nel 1951 andò perduto un milione di giornate lavorative per il «rifiuto di lavorare» da parte dei detenuti. E all'interno dei campi aumentarono la criminalità e gli incidenti fra detenuti e sorveglianti, mentre la produttività dei condannati subì un brusco calo. Secondo l'amministrazione, questa situazione era in gran parte dovuta allo scontro fra bande rivali di detenuti: infatti i «ladri nella legalità», che rifiutavano di lavorare per rispettare la «regola della mala», si scontravano con le «cagne», che si sottomettevano al regolamento del campo. Il proliferare delle fazioni e delle risse minava la disciplina e generava «disordine». Ormai si moriva più spesso per una coltellata che per malattia o denutrizione. Lo ammise anche il Consiglio dei responsabili del gulag, tenutosi a Mosca nel gennaio del 1952: «L'amministrazione, che fino a ora ha saputo abilmente trarre vantaggio dai contrasti fra i diversi gruppi di detenuti, sta perdendo il controllo delle dinamiche interpersonali ... In certi campi, le fazioni stanno prendendo in pugno gli affari interni». Per dividere gruppi e fazioni l'amministrazione era costretta a ricorrere a incessanti trasferimenti di detenuti e a riorganizzare costantemente svariate sezioni di immensi complessi penitenziari, che spesso contenevano da 40 mila a 60 mila detenuti.
Tuttavia, a parte il problema delle fazioni che aveva una portata troppo vasta per passare inosservato, molti rapporti di ispezione stilati nel 1951-1952 si concludevano parlando della necessità di riorganizzare in modo radicale le strutture penitenziarie e produttive, e addirittura di ridurre nettamente gli effettivi. Per esempio, nel rapporto del gennaio del 1952 inviato al generale Dolgih, capo del gulag, il colonnello Zver'ev, responsabile del grande complesso di campi di Noril'sk in cui erano ospitati 69 mila detenuti, proponeva le seguenti misure:
1. isolare i membri delle fazioni. Zver'ev precisava: «Ma dato il
grande numero di detenuti che sono parte attiva in una fazione o
nell'altra ... riusciamo a isolarne soltanto i capi, e non sempre»;
2. liquidare le immense zone di produzione dove attualmente lavorano
senza scorta decine di migliaia di detenuti appartenenti a fazioni
rivali;
3. creare delle unità produttive più piccole per assicurare una
miglior sorveglianza dei detenuti;
4. aumentare il personale di sorveglianza. Zver'ev aggiungeva: «Ma è
impossibile organizzare questa sorveglianza come si deve, dato che la
carenza degli organici raggiunge il 50 per cento»;
5. separare nei luoghi di produzione i detenuti dai lavoratori liberi.
«Ma i rapporti tecnologici fra le diverse imprese del complesso di
Noril'sk, la necessità di produrre a ritmo continuo e i gravi problemi
di alloggio non permettono di isolare adeguatamente i detenuti dai
lavoratori liberi ... In linea generale, il problema della
produttività e della omogeneità del processo produttivo potrebbe
essere risolto soltanto liberando anticipatamente 15 mila detenuti,
che dovrebbero essere costretti a restare sul posto».
Quest'ultima proposta di Zver'ev era tutt'altro che incongrua nel contesto dell'epoca. Nel gennaio del 1951 il ministro degli Interni Kruglov aveva chiesto a Berija la liberazione anticipata di 6000 detenuti, che dovevano essere inviati come lavoratori liberi nell'immenso cantiere della centrale idroelettrica di Stalingrado, dove pativano oltre 25 mila internati, a quanto pare senza grandi risultati. La prassi di liberare anticipatamente i condannati, soprattutto se lavoratori qualificati, era assai frequente all'inizio degli anni Cinquanta. Essa mette in luce il problema fondamentale di assicurare il rendimento economico in un sistema di campi ipertrofico. Di fronte al rapido dilagare di effettivi meno facilmente malleabili di quanto non lo fossero in passato, a problemi di organizzazione e di sorveglianza - il gulag aveva quasi 208 mila dipendenti - l'enorme macchina amministrativa aveva difficoltà sempre crescenti a smascherare la "tufta" (i falsi bilanci) e a garantire un rendimento che era sempre stato incerto. Per risolvere questo eterno problema l'amministrazione poteva scegliere soltanto fra due soluzioni: o sfruttare al massimo la manodopera penitenziaria, senza tener conto delle perdite di vite umane, o utilizzarla in modo più razionale, prolungandone la sopravvivenza. La prima soluzione prevalse fin verso il 1948. Alla fine degli anni Quaranta il regime si rese conto dell'immensa carenza di manodopera nel paese dissanguato dalla guerra, e le autorità penitenziarie decisero di sfruttare i detenuti in maniera più «economica». Per tentare di stimolare la produttività furono introdotti premi e «salari», e vennero aumentate le razioni alimentari per chi riusciva a realizzare gli standard; il tasso annuo di mortalità crollò al 2-3 per cento. Questa «riforma» si scontrò immediatamente con la realtà dell'universo concentrazionario.
All'inizio degli anni Cinquanta le infrastrutture produttive erano in uso già da quasi un ventennio e in generale non avevano beneficiato di alcun investimento recente. Le immense unità penitenziarie, che raggruppavano decine di migliaia di detenuti, erano state istituite negli anni precedenti con la prospettiva di un utilizzo estensivo della manodopera: si trattava di strutture pesanti, difficilmente riformabili nonostante i numerosi tentativi fatti dal 1949 al 1952 per frammentarle in unità produttive più piccole. Poiché il salario corrisposto ai detenuti ammontava a qualche centinaio di rubli l'anno, cioè da quindici a venti volte meno del salario medio di un lavoratore libero, il suo valore di incentivo per garantire una produttività più alta era pressoché nullo, soprattutto in quel momento. Infatti, un numero sempre crescente di detenuti si rifiutava di lavorare, proliferavano le bande organizzate e cresceva il bisogno di sorveglianza. In fin dei conti il detenuto meglio pagato e meglio sorvegliato, sia che si assoggettasse alle regole dell'amministrazione, sia che preferisse obbedire alla «legge della mala», costava sempre più caro.
Tutti i dati parziali riferiti dai rapporti di ispezione degli anni 1951-1952 danno la stessa indicazione: il gulag era diventato una macchina sempre più difficile da gestire. Del resto, tutti gli ultimi grandi cantieri staliniani che avevano fatto largamente ricorso alla manodopera penitenziaria, quelli delle centrali idroelettriche di Kujbyscev e di Stalingrado, del canale del Turkmenistan e del canale Volga-Don, si trovarono in netto ritardo. Per accelerare i lavori le autorità dovettero trasferirvi numerosi lavoratori liberi o anticipare la liberazione dei detenuti più motivati.
La crisi del gulag getta nuova luce sull'amnistia che Berija concesse a un milione 200 mila detenuti il 27 marzo 1953, appena tre settimane dopo la morte di Stalin. A parte le considerazioni di carattere politico, non è possibile prescindere dalle ragioni economiche se si vogliono comprendere i motivi che portarono i candidati alla successione di Stalin a proclamare l'amnistia. Essi erano consapevoli delle immense difficoltà di gestione del gulag, sovrappopolato e sempre meno «redditizio». Tuttavia, proprio mentre l'amministrazione penitenziaria chiedeva un «alleggerimento» dei contingenti di detenuti, Stalin, che invecchiando era preda di una paranoia sempre più accentuata, preparava un'altra grande epurazione, un secondo Grande terrore. Nel clima pesante e inquieto della fine dello stalinismo, aumentavano le contraddizioni...
14.
L'ULTIMO COMPLOTTO
Il 13 gennaio 1953 la «Pravda» annunciò la scoperta di un complotto
del «gruppo terrorista dei medici», costituito prima da nove e poi da
quindici medici famosi, oltre la metà dei quali erano ebrei. L'accusa
era di aver approfittato delle alte funzioni che ricoprivano al
Cremlino per «accorciare la vita» ad Andrej Zdanov, membro
dell'Ufficio politico morto nell'agosto del 1948, e ad Aleksandr
Scerbakov, morto nel 1950, e di aver tentato di assassinare alcuni
grandi capi militari sovietici per ordine dell'Intelligence Service e
di un'organizzazione di assistenza ebraica, l'American Joint
Distribution Committee. La donna che li aveva denunciati, la
dottoressa Timaciuk, ricevette solennemente l'Ordine di Lenin, mentre
gli imputati, sottoposti agli interrogatori di prassi, continuavano a
«confessare». Com'era già accaduto fra il 1936 e il 1938, si tennero
migliaia di comizi per invocare la punizione dei colpevoli,
l'ampliamento delle inchieste e il ritorno a un'autentica «vigilanza
bolscevica». Nelle settimane successive alla scoperta del «complotto
dei camici bianchi» tornarono d'attualità i temi degli anni del Grande
terrore, grazie a una vasta campagna di stampa che chiedeva «di far
cessare l'incoscienza criminale diffusa tra le file del Partito e
liquidare definitivamente il sabotaggio». Prendeva piede l'idea di una
grande cospirazione in cui erano coinvolti intellettuali, ebrei,
militari, alti funzionari del Partito e dell'economia, funzionari
delle repubbliche non russe: sembravano i momenti peggiori della
"ezovscina".
1. Passo sottolineato a matita; in margine, a matita: «Viene da chiedersi a che serve "portarli a destinazione"?».
2. L'articolo 58 del Codice penale riguardava tutti i «crimini controrivoluzionari». Aveva ben quattordici commi. Nell'ambiente dei campi i detenuti politici erano indicati come «j 58». Il comma 58.10 riguardava «propaganda o agitazione che mira a distruggere o indebolire il potere sovietico». In caso di «propaganda di gruppo» - il reato generalmente imputato - le pene previste andavano da tre anni di internamento nei campi alla pena di morte.
Ultima modifica 05.12.2003