[Indice della Antropologia Pragmatica]
Dal punto di vista prammatico la dottrina generale dei segni (semeiotica universalis), in quanto è NATURALE (non civile), si serve della parola CARATTERE in doppio senso, poiché per un lato si dice: un certo uomo ha QUESTO o quel carattere (fisico), per un altro: egli ha in genere UN carattere (quello morale), il quale può essere uno solo, o non essere affatto. 11 primo è il segno distintivo dell’uomo come essere sensibile o di natura; il secondo è il segno dell’uomo come essere razionale, provvisto di libertà. L’uomo di principii, del quale si sa con certezza che cosa ci si può attendere, non tanto dal suo istinto quanto dalla sua volontà, ha un carattere. — Quindi si può nella caratteristica, senza cadere in una tautologia, distinguere, per riguardo al potere appetitivo (al pratico), ciò che vi è di CARATTERISTICO nel a) NATURALE o disposizione di natura, b) TEMPERAMENTO o modo di sentire, c) CARATTERE in senso assoluto o modo di pensare. — Le due prime disposizioni indicano quello che si può fare dell’uomo; la seconda quello che l’uomo (morale) è capace di fare di se stesso.
Quando si dice che l’uomo ha un ANIMO buono, s'intende che egli non è ostinato, ma conciliante, che ha bensì degli impeti, ma che facilmente si mitiga e non serba rancori (è buono in senso negativo). — Invece per poter dire di lui che è di buon CUORE, sebbene questo appartenga anche al suo modo di sentire, si deve già dire di più. Si tratta di un impulso al bene pratico, quantunque non sia esercitato secondo principii; dimodoché l’uomo buono e l’uomo di buon cuore sono ambedue persone, delle quali un furbacchione può fare quel che vuole. — Il naturale, dunque, si riferisce di più (soggettivamente) al SENTIMENTO di piacere o di dolore che un uomo può provare di fronte a un altro (avendo in ciò qualcosa di caratteristico), che non (oggettivamente) al POTERE APPETITIVO, per il quale la vita si manifesta non solo INTERNAMENTE, nel sentimento, ma anche ESTERNAMENTE, nell’attività, quantunque soltanto secondo gli impulsi della sensibilità. In questo rapporto consiste il TEMPERAMENTO, il quale deve essere ancora distinto dalla disposizione abituale (contratta per abitudine), perchè fondamento di questa non è una qualità naturale, ma soltanto una causa occasionale.
FISIOLOGICAMENTE considerato, il TEMPERAMENTO è costituito dalla COSTITUZIONE FISICA (struttura forte o debole) e dalla COMPLESSIONE (dal fluido, che nel corpo è messo regolarmente in moto dalla forza vitale: nel che si comprende il calore o il freddo che si produce nella elaborazione di tali umori).
PSICOLOGICAMENTE considerato, cioè come temperamento dell’anima (del potere affettivo e appetitivo), questa espressione, derivata dalla proprietà del sangue, si riferisce alia analogia del giuoco dei sentimenti e dei desidera con le cause fisiche motrici (fra cui principale è il sangue).
Di qui nasce che i temperamenti che noi attribuiamo soltanto all’anima, pure possono avere anche il corpo dell’uomo come causa concomitante; — inoltre che essi IN PRIMO LUOGO ammettono una divisione in temperamenti del SENTIMENTO e dell’ATTIVITÀ, e che IN SECONDO LUOGO ognuno di essi può collegarsi con l’intensificazione (intensio) o l’abbassamento (remissio) della forza vitale; onde solo QUATTRO specie di temperamento (come nelle quattro figure del sillogismo determinate dal termine medio) ci possono essere: il SANGUIGNO, il MELANCONICO, il COLLERICO, il FLEMMATICO. Nella qual distinzione possono esser conservate le forme antiche, le quali però acqui- stano un significato più adatto allo spirito di questa dot- trina dei temperamenti.
L’espressione della PROPRIETÀ DEL SANGUE non serve a indicare la causa dei fenomeni della vita sensibile dell’uomo — ciò varrebbe nella patologia umorale o nella nervosa45 — , ma essa servo soltanto a aare una classificazione in base agli effetti osservati, perchè non si tratta di sapere quale sia la miscela chimica del sangue che giustifica la denominazione di una certa specie di temperamento, ma quali sentimenti e tendenze si raccolgano nell’osservazione dell’uomo per potergli adattare il nome di una classe particolare.
La suddetta divisione della dottrina dei temperamenti può dunque essere: in temperamenti del SENTIMENTO e temperamenti dell'ATTIVITÀ, ciascuna delle quali divisioni può suddividersi in due specie; onde si hanno in tutto quattro temperamenti. — Ai temperamenti del SENTIMENTO io ascrivo il SANGUIGNO, A, e il suo opposto, il MELANCONICO, B. — Il primo ha la proprietà che il sentimento viene mosso in modo rapido e forte, ma non profondo (non è durevole); invece nel secondo il sentimento è meno vivo, ma si approfondisce di più. In ciò appunto, e non nella tendenza alla gioia o alla tristezza, si deve riporre la differenza dei temperamenti sentimentali. Infatti la leggerezza sentimentale del sanguigno dispone alla letizi.!, invece la profondità, che s’indugia sopra un sentimento, toglie alla gioia la sua facile mutabilità, senza per questo produrre tristezza. — Ma siccome ogni mutazione, che si ha in proprio potere, avviva e raffo”za in genere il sentimento, così colui che fa poco caso di quel che gli accade, se non è più saggio, certo è più felice di colui che s’attacca a sensazioni che irrigidiscono In sua forza vitale.
Il sanguigno si riconosce ai seguenti caratteri. Egli è senza pensieri e pieno di speranze; a ogni cosa dà sul momento una grande importanza, e poi non ci pensa più. Promette sull’onore, ma non mantiene la parola, perchè egli non ha prima pensato abbastanza se è anche capace di mantenere. Egli è ben disposto ad aiutare gli altri, ma è anche un cattivo debitore e chiede sempre rinvii. È un buon compagnone, scherzoso, gioviale, volontieri non dà grande importanza alle cose (viva la bagatella!). e ha per amici tutti gli uomini. Di solito non è cattivo, ma è un peccatore diffìcile a convertirsi, perchè si pente bensì molto, ma dimentica presto il suo PENTIMENTO (il quale non diventa mai RAMMARICO). Si affatica negli affari, ma tuttavia è sempre occupato di ciò Che è puro gioco, perchè questo porta seco mutabilità, e la fermezza non è suo affare.
Chi è INCLINATO ALLA MELANCONIA (non il melanconico; poiché ciò significa uno stato, non una tendenza ad esso) dà a tutte le cose clic gli accadono una grande importanza, trova sempre cause di preoccupazione, e rivolge la sua attenzione principalmente alle difficoltà, come per contrario il sanguigno incomincia dalle speranze di successo: onde l’uno è tanto profondo (pianto l’altro è superficiale. Egli promette difficilmente, perchè per lui il tener la parola è caro, ma dubita di poterlo fare. Questo invero non accade in lui per cause morali (perchè qui si tratta di impulsi SENSIBILI), ma perchè il contrario gli dà fastidio, ed egli se ne preoccupa essendo diffidente ed esitante, onde è incapace di giovialità. — Del resto questa tendenza, quando è abitualo, è contraria a quella della filantropia, la quale invece è piuttosto, almeno per rispetto al suo impulso, una eredità del sanguigno, poiché colui che deve privar SE STESSO di gioia, difficilmente la desidererà per altri.
Di questo si dice: è DI FUOCO, brucia facilmente come un fuoco di paglia, ma si lascia presto calmare dall’accondiscendenza agli altri, allora si irrita senza odiare, e ama tanto più colui che si è a lui prontamente arreso. La sua attività è PRONTA, ma non durevole. — È laborioso, ma si adatta mal volentieri alle occupazioni, appunto perchè non è resistente, epperò fa volontieri la parte di chi comanda, non di chi eseguisce. La sua passione dominante è quindi l’onore; egli si occupa volontieri di cose pubbliche, e vuol essere altamente lodato. Egli ama quindi l’APPARENZA e la pompa delle FORMALITÀ; prende volontieri a proteggere, ed è all’aspetto generoso, non però per amore, bensì per orgoglio; perchè egli ama sb stesso più degli altri. — Ci tiene all’ordine, e sembra quindi più saggio di quel che è. Ama il danaro per neri essere spilorcio; è cortese, ma cerimonioso, rigido e affettato in società, e ha volontieri un qualche adulatore, che è il bersaglio del suo spirito; soffre di più per le opposizioni degli altri alle sue ORGOGLIOSE pretese che non l’avaro per le sue cupide brame, perchè un motto caustico può far svanire del tutto l’aureola della sua importanza, mentre l’avaro è sempre indennizzato del guadagno. — In una parola, il temperamento collerico è di tutti il meno felice, perchè più di tutti desta la reazione contro di sè.
FLEMMA significa POVERTÀ DI SENTIMENTO, non inerzia (mancanza di vita), e quindi non si può chiamar flemmatico e sotto questo titolo porro nella classe degli oziosi colui che ha molta flemma.
La flemma, come DEBOLEZZA, è una tendenza alla inattività, cioè a non lasciarsi muovere neppure da forti impulsi alle occupazioni. La insensibilità è quindi volontaria incapacità di essere utile, e le tendenze sono allora rivolte soltanto al mangiare e al dormire.
Invece la flemma, come forza, è la proprietà di non muoversi leggermente o PRONTAMENTE, ma, se anche adagio, pure CON COSTANZA. Chi ha nella propria costituzione una buona dose di flemma, si riscalda lentamente, ma mantiene a lungo il calore. Non va facilmente in furia, ma pensa prima se debba adirarsi; mentre d’altra parte il collerico potrebbe irritarsi di non poter tirare l’uomo fermo fuori del suo*sangue freddo.
L’uomo di sangue freddo provvisto da natura di una comune dose di ragione e insieme di flemma, pur senza essere brillante, non ha però nulla da rimproverarsi, se si muove secondo principii e non per istinto. Il suo felice temperamento tiene il posto della saggezza, e nella vita comune lo si chiama di spesso il filosofo. Per auesto egli è superiore agli altri senza ferire la loro vanità. Di spesso lo si chiama anche FURBO, perchè tutti i proiettili adoperati contro di lui rimbalzano come centro un sacco di lana. Egli è un marito possibile, e sa procurarsi il dominio della moglie e dei servitori, mentre sembra inchinarsi alla volontà di tutti, perchè con il suo volere inflessibile, ma meditato, sa metter d’accordo quello degli altri con 11 proprio: allo stesso modo taluni corpi di piccola massa e di grande velocità urtano e penetrano, laddove corpi di poca velocità c di maggiore massa trascinano con sè l’ostacolo, senza spezzarlo.
Se un temperamento deve associami a un altro, come comunemente si crede —, per es.:
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A il temperamento sanguigno | C il collerico |
B il melanconico | D il flemmatico |
allora essi o si CONTRAPPONGONO o si NEUTRALIZZANO. Il primo caso accade quando in un medesimo soggetto il sanguigno vien pensato come unito col melanconico, e il collerico col flemmatico, poiché essi (A e B, C o D) stanno fra di loro in opposizione. Il secondo caso, cioè la neutralizzazione, si avrebbe nella MISCELA (quasi chimica) del sanguigno col collerico e del melanconico col flemmatico (A e C, B e D). Infatti la letizia serena non può esser pensata nel medesimo atta come fusa con la collera repellente, e allo stesso modo il tormento di chi si rode dentro di sè non può pensarsi con la calma soddisfatta dello spirito che basta a se stesso. — Che se poi uno di questi stati si muta nel medesimo soggetto con l’altro, allora si ha il semplice capriccio, e non un temperamento determinato.
Così non vi sono temperamenti COMPOSTI, come per esempio un sanguigno-collerico (che vorrebbero avere tutti i fanfaroni, in quanto essi presumono di essere gar- bati, ma ad un tempo anche arroganti signori), ma sono in tutto soltanto quattro, e ciascun d’essi è semplice, e non si sa, che cosa si debba fare di un uomo, che abbia un temperamento misto.
Letizia e leggerezza, profondità di sentimento e delirio, orgoglio e protervia, finalmente freddezza e povertà di sentimento si distinguono solo come effetti del temperamento in rapporto alle loro cause*37.
Poter dire di un uomo «egli ha un CARATTERE» significa non solo aver DETTO molto di lui, ma anche averlo CELEBRATO, poiché il carattere è una rarità; che desta verso di lui rispetto e ammirazione.
Se con questo termine si intende in genere ciò che ci ai può sicuramente attendere da lui, o sia in bene o sia in male, allora si suole aggiungere: egli ha QUESTO o QUEL carattere, e allora l’espressione indica il MODO DI SENTIRE. — Ma avere in modo assoluto un carattere significa avere quella proprietà del volere, secondo la quale il soggetto si determina da sè in base a certi pnn cipii pratici, che egli si è prescritto in modo inalterabile con la sua propria ragione. Se anche tali principi! possano essere talvolta falsi e manchevoli, tuttavia il lato for- male del volere in genere, di agire secondo principi» fissi (e non come una mosca, che salta or di qua or d. là) ha in sè qualcosa di pregevole e di ammirevole: ed è allora anche una RARITÀ.
Con ciò ci riferiamo, non a quello che la natura fa dell’uomo, ma a quello che l’uomo fa DI SE STESSO; il primo appartiene al temperamento (in cui il soggetto per gran parte passivo), e solo il secondo fa conoscere che il soggetto ha un carattere.
Tutte le altre proprietà buone e utili di lui hanno un PREZZO, per cui possono scambiarsi con le altre cose che producono uguale utilità: il talento ha un PREZZO DI VENDITAperchè il sovrano o il padrone può servirsi di un tal uòmo in ogni maniera; - il temperamento ha un PREZZO D’AFFEZIONE, poiché ci si può intrattenere con esso, e chi lo possiede è un buon compagno; — ma il carattere ha un VALORE interno, ed è superiore a ogni prezzo*38.
1) L’IMITATORE (in fatto di moralità) è senza carattere, perchè questo consiste appunto nella originalità nel modo di pensare, e trae da una fonte in se stewo aperta la propria condotta. Ma non per questo l’uomo di ragione deve essere uno STRAMBO; egli anzi non lo sarà mai. perchè egli poggia su principii che valgono per tutti. L’imitatore è la SCIMMIA dell’uomo di carattere. La bontà d’animo per temperamento è un dipinto all’acquerello e non un tratto di carattere; il carattere poi messo in caricatura è un cattivo scherzo a danno deH’uoino di vero carattere, perchè questi non collabora al male, che è diventato pubblico uso (cioè moda), e così è rappresentato come un originale.
2) La malvagità, come disposizione del temperamento, è meno cattiva di quel che sia la bontà d’animo del temperamento senza carattere; perchè con questo si può superare quella. — Anche un uomo di carattere cattivo (come Silla), quantunque desti ribrezzo con, la violenza delle sue ostinate massime, è tuttavia, oggetto di ammirazione, come è la FORZA D’ANIMO in genere paragonata con la BONTÀ D’ANIMO, le quali ambedue devono certamente trovarsi unificate nel soggetto per produrre quello che è più ideale che reale, cioè la GRANDEZZA D’ANIMO.
3) La fermezza inflessibile in una decisione presa (come per es. in Carlo XII) è bensì una disposizione naturale molto favorevole al carattere, ma non è ancora in genere un determinato carattere. Poiché per questo si richiedono massime, che derivano dalla ragione e da principii pratici-morali. Quindi non si può dire: la malvagità di quest’uomo è una proprietà del suo carattere, perchè allora sarebbe una malvagità satanica: l’uomo non APPROVA mai il male in sè, e quindi non vi è propriamente una malvagità di principio, ma solo per oblio dei principii.
Si fa dunque bene a presentare in forma negativa i principii fondamentali, che riguardano il carattere. Essi sono:
a) Non dire di proposito il falso; e quindi parlare cautamente in modo da non attirare su di sè l'accusa della contraddizione.
b) Non dissimulare, cioè sembrare amico davanti, ed essere invece nemico dietro le spalle.
c) Non rompere le promesse (lecite); al che si aggiunge: onorare anche la MEMORIA di un amicizia, che ora è rotta, e non abusare poi della primitiva confidenza ed espansione dell’amico.
d) Non lasciarsi andare a relazioni di confidenza con nomini malvagi, e, memori del motto noscitur ex socio, limitare la relazione agli affari.
e) Non badare alle voci che provengono dal giudizio superficiale e cattivo degli altri; sarebbe già debolezza fare il contrario. Anche il timore di andar contro alla moda, che è una cosa leggera e mutevole, deve esser moderato e, se essa è riuscita a conquistare una certa influenza, almeno non estendere il suo precetto nel campo morale.
L’uomo che ha coscienza di avere un carattere nel suo modo di pensare, non lo ha dalla natura, ma deve sempre esserselo conquistato lui. Si può però anche ammettere che la formazione del carattere, similmente a una specie di nuova nascita, a una certa solennità di giuramento, che l’uomo fa a se stesso, renda per lui indimenticabile, come un’epoca nuova, il giuramento e il giorno in cui questa mutazione accadde in lui. — Educazione, esempi, insegnamento non possono in genere produrre A POCO A POCO una tale fermezza e saldezza di principii, ma queste possono prodursi solo per mezzo come di una esplosione, che ad un tratto succede al disgusto per la mobile situazione dell’istinto. Forse son pochi quelli che hanno tentata questa rivoluzione prima dei trent’anni, e ancor meno quelli che l’hanno stabilmente compiuta prima dei quaranta. — È un tentativo vano quello di voler diventare migliori a poco a poco; perchè un’impressione svanisce mentre si lavora a un’altra; invece la fondazione di un carattere risiede in genere nella unità assoluta del principio interno della cordotta. — Anche si dice, che i POETI non hanno carattere, che. per es., sono capaci di offendere i loro migliori amici piuttosto che rinunciare a un motto di spirito; oppure si dice che il carattere non si può trovare nei cortigiani, i quali si devono adattare a tutte le forme, e che nei preti, i qual, adorano il Signore del cielo ma non sono alieni dal la la corte ai signori della terra, è difficile trovare la fermezza del carattere; che, dunque? avere ufi carattere interno è e rimarrà un pio desiderio.
Ma forse i FILOSOFI sono colpevoli di non aver mai posto in cibbastanza chiara luce questo concetto, e i aver presentato la virtù solo a frammenti, ma di non aver mai cercato di presentarla INTERAMENTE nella sua bella forma, rendendola interessante per tutti gli uomini.
In una parola: essersi imposta come massima suprema la veracità interiore nell’esame di se stesso e nella condotta verso gli altri, è l’unica prova della coscienza di avere un carattere; e siccome questo è il minimo che si può richiedere da un essere razionale, ma ad un tempo il massimo del valore interno (della dignità umana), così per essere un uomo di principii (cioè per avere un determinato carattere), si deve essere superiore alla comune intelligenza umana, e quindi superiori per valore al maggior talento.
Essa è l’arte di giudicare dalla forma visibile di un uomo, e quindi dal suo esterno, l’interno, o sia questo il suo modo di sentire o il suo modo di pensare. Lo si riudica qui, non nella sua condizione anormale, ma nella normale; non quando il suo animo è in agitazione, ma quando è in calma. - Si capisce naturalmente che, quando colui, il quale è oggetto di tale esame, si accorge che o si osserva e si spia il suo interno, il suo animo non sia più in condizioni di calma, ma di costrizione e di agitazione interna, e anzi non voglia vedersi esposto alla censura altrui. Se un orologio ha una bella cassa, non si può con sicurezza arguire (dice un famoso orologiaio) che anche l’interno sia buono; ma se la cassa è stata mal lavorata, si può concludere con discreta certezza che anche l’interno non è molto buono, perchè l’artefice non vorrà compromettere un lavoro diligente e ben lavorato trascurando l’esterno, che costa minor fatica. — Ma, in base all’analogia di un artefice umano con il Creatore infinito della natura, sarebbe scorretto anche qui concludere che egli abbia dato a una bell’anima anche un bel corpo per raccomandare e far gradire l’uomo da lui creato a un altro uomo, o anche viceversa per allontanare l’uno dall’altro (secondo il motto hic niger est, hunc tu, Romane, caveto). Infatti l’IMPRESSIONE DI GUSTO, la quale contiene il principio puramente soggettivo della simpatia o dell’antipatia di un uomo per un altro (a seconda della loro bella o brutta apparenza), non può fornire alla SAGGEZZA, la quale ha oggettivamente per fine la esistenza di uomini forniti di certe qualità naturali (fine questo che noi assolutamente non possiamo cogliere), il criterio per ammettere nell’uomo come unificate in un solo e medesimo fine due cose eterogenee.
È una tendenza naturale che noi guardiamo anzitutto nel viso e principalmente negli occhi di colui, nel quale ci dobbiamo confidare, per quanto egli ci sia stato bene raccomandato, e ciò allo scopo di ricercare da che cosa dobbiamo guardarci nei rapporti con lui; e ciò che ci urta o che ci attrae nel suo esterno decide della nostra sceltra, oppure ci rende ancora esitanti prima di aver conosciuto i suoi costumi. Così non si può negare che c'è una caratteristica fisiognomica, la quale però non può mai diventar scienza, perchè la proprietà di una FIGURA umana, la duale rivela certe tendenze o facoltà del soggetto osservato, non può esser conosciuta con la descrizione concettuale, ma con la Pittura e la rappresentazione fatta per intuizione e imitazione. In questo la figura dell’uomo in generale vien presentata al giudizio nelle sue VARIETÀ, ciascuna delle deve deve riferirsi a una particolare proprietà interna dell'uomo.
Dopoché caddero in dimenticanza le caricature delle teste umane, fatte da BATTISTA DELLA PORTA47, caricature che rappresentano le teste d’animale paragonate, in base all’analogia, con certi volti caratteristici d’uomini, per trame conclusioni circa una similitudine disposizioni naturali neu due casi; dopoché fu di nuove del tutto abbandonata la diffusione di questo gusto della fisiognomica propagato da Lavaler e una volta largamente ricercato o apprezzato; e dopoché quasi nulla più è rimasto fuorché forse la dubbia osservazione (di Archenholz), che cioè il volto di un uomo, che si imita con una smorfia, desta insieme certi pensieri e sentimenti, i quali si accordano col carattere di lui, — la fisiognomica, come arte di esplorare l'interno dell'uomo per mezzo di certi segni involontari esterni, è del tutto fuori del campo scientifico, e nulla di essa è rimasto, eccetto che l'arte di coltivare il gusto, non delle cose, ma dei costumi, delle maniere, degli usi, per potere, con una critica di esso, giovare al commercio degli uomini fra di loro e, in genere, alla conoscenza dell’uomo.
È degno di nota che gli artisti greci avevano in menti; anche un ideale della figura del volto (per dei ed eroi), il quale doveva esprimere, senza aggiungervi alcuna ATTRATTIVA, — nelle statue, nei cammei e negli intagli una perpetua giovinezza ed insieme una calma libera da ogni emozione. — Il PROFILO perpendicolare GRECO fa apparir gli occhi più in fondo di quel che dovrebbero essere secondo il nostro gusto (il quale poggia sul fascino); e anche una Venere medicea non vi soddisfa. La causa di ciò può essere che, siccome l’ideale deve essere una certa norma immutabile, un naso che si stacca ad angolo dalla fronte (e l’angolo può essere maggiore o minore) non darebbe nessuna REGOLA DETERMINATA della figura, come pur richiede ciò che è normale. I Greci moderni, prescindendo dal fatto che essi posseggono una bella forma nella rimanente struttura fìsica, non hanno più nel volto quella stretta perpendicolarità del profilo, che sembra attestare quella idealità come ARCHETIPO delle opere d’arte. — Secondo questi esemplari mitologici gli occhi vengono a giacere più a fondo, e sono posti un po’ nell’ombra alla radice del naso; invece ai nostri giorni si trova più bello per un bel volto una leggera deviazione del naso dalla linea della fronte (una incurvatura alla radice del naso).
Se noi rivolgiamo la nostra attenzione agli uomini, come realmente sono, si vede che una troppo precisa REGOLARITÀ dimostra di solito un uomo molto ordinario, il quale è senza spirito. La MISURA MEDIA sembra essere la misura fondamentale e la base della beJlezza, ma non ancora la bellezza stessa, perchè per questa occorre qualcosa di caratteristico. — Ma in un volto si può trovare questo lato caratteristico anche senza bellezza; però in esso l’espressione parla in modo favorevole, sebbene per altra ragione (forse per ragioni morali' o estetiche); per esempio in un volto ci può esser qualcosa da ridire or su questo or su quel punto, sulla fronte, sul naso, sul mento, sul colore dei capelli ecc., ma tuttavia si può ammettere che per l’individualità della persona la cosa vada meglio che quando la regolarità fosse perfetta, perchè questa di solito porta seco anche la mancanza di caratteristica.
A nessun volto si può rinfacciare la BRUTTEZZA, purché soltanto esso non riveli ne’ suoi tratti l’espressione d’un animo corrotto dal vizio e anche una naturale, ma infelice, tendenza verso di esso, come sarebbe per es. un certo tratto di riso sardonico quando si parla, o anche di sfacciata petulanza senza alcuna dolcezza che la temperi nel guardare altri in faccia, onde viene la espressione di noncuranza del giudizio altrui. — Ci sono uomini, il cui volto è (come dicono i Francesi) RIBARDARATIVO, coi quali, cioè, si può, come dicesi, mandare i bambini a letto, oppure che hanno uu volto butterato e grottesco o, come dicono gli Olandesi, WANSCHAPENES (come se si dicesse visto in sogno); tuttavia in quanto la loro bontà d’animo e il buon umore dimostrano che essi prendono lietamente il loro volto, questo non può esser detto brutto, sebbene essi non se la prenderebbero a male, qualora una signora dicesse di loro (come di Pelisson48 all'Accademia francese): «Pelisson abusa del permesso che gli uomini hanno di essere brutti». Ancor peggio gli è quando un uomo, dal quale ci si possono attendere buoni costumi, rimprovera a un infelice, come fa la plebe, la sua disgrazia fisica, la quale di spesso serve a mettere in rilievo i suoi pregi spirituali; il qual modo di fare, quando è rivolto a giovani disgraziati (con le frasi: tu cieco, tu storpio) li rende realmente cattivi, e a poco a poco li riempie di amarezza contro i fortunati, che si credono per questo migliori.
D’altra parte i volti insoliti proprii degli stranieri sono per i popoli, che non sono mai usciti dalla propria terra, oggetto di riso. Così per es. i ragazzi giapponesi, correndo dietro agli Olandesi che colà commerciano, gridano: che occhi grandi, che occhi grandi! e per i Cinesi sembrano ridicoli i capelli rossi di parecchi Europei che visitano il loro paese, ma non i loro occhi azzurri.
Per quanto riguarda poi la conformazione del cranio, che costituisce la base della fisionomia, come per es. quello dei Negri, dei Calmucchi, degli Indiani del mar del Sud, così come furono descritti dal Campar e principalmente dal Blumenbach49, le osservazioni relative spettano più alla geografia fisica che all’antropologia prammatica. Osservazione intermedia fra esse può esser questa, che ia fronte degli uomini sembra essere, anche presso di noi, PIATTA, quella delle donne più ROTONDA.
Che poi la gobba del naso indichi un motteggiatore, e la proprietà del volto dei Cinesi, di avere la mascella inferiore, come si dice, sporgente un po’ sulla superiore, sia un indice della loro cocciutaggine, oppure quella degli Americani di avere la fronte ornata di capelli ai due lati sia un indice della loro naturale pochezza di spirito, — son tutte congetture, che consentono soltanto una incerta interpretazione.
Non nuoce a un uomo, anche nel giudizio del sesso femminile, essere nel viso alterato e inamabile per la tintura dei capelli o per i segni del vaiuolo, poiché, se ne’ suoi occhi splende la bontà d’animo e ad un tempo brilla nel suo sguardo l’espressione, unita a dolcezza, dell’uomo onesto consapevole della propria forza, allora egli può sempre essere amato e degno d’amore, e come tale valere per tutti. — Si scherza con tali uomini e con la loro amabilità (per antiphrasin), e una donna può andar superba di un tal marito. Un volto di tale aspetto non è una CARICATURA, perché questa è l’espressione volontariamente esagerata (la CONTORSIONE) del volto nell’emozione per provocare il riso, e appartiene alla mimica; esso deve piuttosto considerarsi come una varietà della natura, e non si può chiamare un mascherone (che sarebbe ripugnante), perché invece può destar simpatia, pur non essendo amabile, ma senz’esser bello, non essendo odioso*39.
La fisionomia è costituita dai tratti del volto messi in giuoco da una emozione più o meno forte; e la tendenza a ciò è un segno caratteristico dell’uomo.
È difficile non rivelare l’impressione d’un’emozione; essa si manifesta con la penosa contrazione nel gesto o nel tono stesso della voce, e chi è troppo debole per dominare le proprie emozioni, lascerà (contro l’avviso della ragione) trasparire il suo interno dai tratti del viso, mentre egli volontieri lo nasconderebbe sottraendolo agli occhi del volgo. Ma coloro che son maestri in quest’arte, non son tenuti, quando li si riconosca, come i migliori uomini, coi quali si possa trattare in confidenza; principalmente quando essi sono esercitati a produrre artificiosamente delle espressioni, che contraddicono a ciò che fanno.
L’arte di interpretare le espressioni che involontariamente rivelano l’interno, ma che tuttavia di proposito ingannano, può dar origine a molte curiose osservazioni, delle quali io voglio addurre una sola. — Se uno, che per altro non guarda losco, si fissa, mentre racconta, la punta del naso e guarda così losco, allora quello che egli racconta, è sempre falso. — Ma non si deve giudicar così colui che per una disgraziata conformazione degli occhi ha la guardatura storta, perchè egli può esser del tutto libero da un tal vizio del mentire.
Del resto ci sono per natura gesti speciali, per i quali gli uomini di tutte le specie e di tutti i climi si intendono anche senza convenzione. Per es. il CENNO DEL CAPO (nell’affermare), lo SCROLLAR DELLA TESTA (nella negazione), il DRIZZARE IL CAPO (nello sdegno), il TENTENNAR DELLA TESTA (nella meraviglia), l’ARRICCIARE IL NASO (nello scherno), il RIDERE IRONICO (il ghigno), il fare il VISO LUNGO (nel rifiutare ciò che è richiesta), il CORRUGAR LA FRONTE (nell’amarezza), l'APRIRE E CHIUDERE RAPIDAMENTE LA BOCCA (bah!), l’ACCENNARE CON LE MANI per accostare o allontanare qualcuno, l'ALZARE INSIEME LE MANI SULLA TESTA (nella meraviglia), il FARE IL PUGNO (nella minaccia), il METTERE IL DITO SULLA BOCCA (compescere labella) per imporre il silenzio, il FISCHIARE, ecc.
Espressioni ripetute, che accompagnano anche involontariamente i moti dell’anima diventano a poco a poco tratti fissi del volto, i quali però scompaiono con la morte. Quindi, come nota Lavater, il volto repellente che nella vita rivela la malignità si nobilita in certo modo (negativamente) nella morte, perchè allora, quando tutti i muscoli si rilasciano, sottentra subito l’espressione della calma, che è senza colpa. — Può anche avvenire, che un uomo, il quale ha trascorsa una giovinezza pura, prenda negli ultimi anni, pur con tutta la sua sanità, un altro aspetto in conseguenza della sua dissolutezza; dal che però non si può concludere circa la sua disposizione naturale.
Si parla anche di un viso VOLGARE in opposizione a un viso distinto. Quest’ultimo non significa altro che una cert’aria di gravità unita a maniere cortesi: il che si ha solo nelle grandi città, dove gli uomini si trovano a contatto reciproco, e perdono delia loro rozzezza. Quindi gli impiegati, nati e cresciuti in campagna, quando con le loro famiglie vengono elevati a servizi cittadini importanti, o soltanto vi si adattano nella loro condizione dimostrano non solo nelle maniere, ma anche nell’espressione del volto qualcosa di volgare. Infatti, siccome essi nella loro cerchia non si sentivano imbarazzati, poiché dovevano trattare quasi soltanto coi loro subordinati, così i muscoli del loro viso non presero la mobilità necessaria, nei rapporti con superiori, inferiori e uguali, per coltivare il giuoco dell’espressione adattandola all’ambiente e alle emozioni relative; giuoco che, senza alcuna rinuncia, è necessario per essere ben accolto in società. Invece gli uomini di ugual rango esercitati nelle maniere delle città, quando sono coscienti di avere per ciò una superiorità sugli altri, la esprimono, se essa è diventata abituale col lungo esercizio, per mezzo di tratti permanenti della fisionomia.
I DEVOTI, quando siansi per lungo tempo disciplinati negli esercizi meccanici di pietà e siano in essi quasi induriti, portano, insieme alla religione o al culto dominante in un popolo, taluni tratti nazionali, che lo caratterizzano nella fisionomia. Così Fr. Nicolai50 parla di volti fatalmente BENEDETTI dei Bavaresi; invéce JOHN BELI, porta già seco nel suo volto da l’antica Inghilterra la libertà di essere scortese, dovunque egli vada all’estero, o anche nel proprio paese, verso il forestiero. Vi è, dunque, anche una fisionomia nazionale, senza che però essa possa considerarsi innata. — Ci sono in talune società delle espressioni caratteristiche, che la legge ha punito. Per esempio un valoroso medico tedesco viaggiando ha notato nei carcerati di RASPHUIS ad Amsterdam, di BICÊTRE a Parigi, di NEWGATE a Londra, che essi erano per la maggior parte degli individui ossuti, consapevoli di questa loro superiorità; ma di nessuno sarà concesso di dire con il tragico QUIN: «Se questo individuo non è un briccone, allora il Creatore non scrive in modo leggibile». Infatti, per poter usare frasi così forti, sarebbe necessario saper distinguere, meglio di quel che possa fare un mortale, il giuoco che la natura con le forme del suo svolgimento compie al semplice scopo di produrre la diversità dei temperamenti, da quello che essa fa o non fa per la morale.
In tutti i congegni, per mezzo dei quali si deve produrre con poca forza tanto effetto quanto se ne produce in altri con forza maggiore, ci deve essere dell’ARTE. Di qui si può già arguire che la preoccupazione della natura di organizzare il sesso femminile avrà richiesto maggiore arte che quella del maschile, perchè essa natura provvide l’uomo di maggior forza che la donna, per poter condurli ambedue alla più intima unione CORPOREA, e insieme come esseri RAZIONALI condurli allo scopo por essa supremo, la conservazione della specie; e inoltre essa, nella loro qualità di animali razionali li provvide di tendenze sociali per rendere durevole l’unione sessuale in un vincolo domestico.
Per l'unità e l’indissolubilità di un legame non basta l’associazione volontaria di due persone; una parte deve esser SOTTOMESSA all’altra, e reciprocamente questa a quella deve essere in qualche modo superiore, per poterla dominare o reggere. Poiché nell'UGUAGLIANZA dello pretese di ambedue che non possono far a meno l’uno dell’altro, l’egoismo produce un forte contrasto. Una parte deve nel PROCESSO DELLA CIVILTÀ esser superiore all’altra, in modo diverso: l’uomo superiore alla donna per il suo potere corporeo e per l’animo, la donna per la sua disposizione naturale a servirsi delle tendenze dell’uomo verso di lei; invece in condizione di arretrata civiltà la superiorità è soltanto dalla parte dell’uomo. — Quindi nell’antropologia la proprietà del sesso femminile è, più di quella del sesso maschile, uno studio per il filosofo. Nello stato rozzo di natura essa non si può conoscere, come non si conoscono quelle del melo o del pero, le cui varietà si scoprono soltanto per mezzo dell’innesto; infatti la civiltà non produce tali proprietà della donna, ma offre loro occasione di svolgersi e di farsi conoscere sotto favorevoli condizioni.
Le qualità della donna si chiamano debolezze. Ci si scherza sopra; gli sciocchi ne ridono, gli assennati vedono bene che esse sono appunto la leva per muovere gli uomini e asservirli ai fini della donna. L’uomo è facile a indagarsi, la donna invece non svela il suo segreto, sebbene (per la sua loquacità) difficilmente lo custodisca. L’uomo ama la PACE DOMESTICA e volentieri si sottomette al reggimento della donna, solo per non vedersi impedito nelle sue occupazioni; la donna non aborre la discordia domestica, che essa con la sua lingua vi apporta, e in appoggio alla quale la natura le diede loquacità ed espressione appassionata che disarma l’uomo. L’uno si appoggia sul diritto del più forte per comandare in casa, perché egli la deve proteggere contro i nemici esterni; l’altra invece sul diritto del più debole di esser protetta dal sesso maschile contro l’uomo, e con le sue lagrime amare disarma l’uomo quando gli rimprovera la mancanza di magnanimità. Nello stato rozzo di natura le cose vanno diversamente. La donna è allora l’animale domestico. L’uomo procede con le armi alla mano, e la donna lo segue carica del peso del mobilio domestico. Ma anche là dove una condizione barbarica di vita sociale permette la poligamia, la donna più favorita sa nella sua rocca (detta harem) conseguire il dominio sull’uomo, e questo ha un dolce bisogno di procurarsi nella lotta di molti intorno ad una sol donna (quella che lo dovrà dominare) una forma sopportabile di pace.
Nello stato civile la donna non si dà al piacere dell’uomo senza matrimonio, e precisamente senza il matrimonio MONOGAMICO, nel quale, quando la civiltà non sia salita fino alla libertà femminile propria della GALANTERIA (alla libertà, cioè, di avere pubblicamente diversi amanti), l’uomo punisce la donna che lo minaccia con un rivale*40. Ma quando la galanteria è venuta di moda e la gelosia è diventata una cosa ridicola (il che non manca di essere in tempo di lusso), allora si scopre il carattere femminile, di aspirare cioè, colla propria influenza sull’uomo, alla libertà e insieme alla conquista di tutto il sesso maschile. — Questa tendenza, sebbene abbia cattiva fama sotto il nome di civetteria, tuttavia non è priva di un certo fondamento di giustificazione. Infatti una giovane donna è sempre in pericolo di rimaner vedova, e ciò fa sì che essa estenda le sue attrattive verso tutti gli uomini, che a seconda delle circostanze potrebbero diventar mariti, in modo che, quando quel caso si verificasse, non le mancherebbero aspiranti. POPE crede che si possa caratterizzare il sesso femminile (s’intende, delle società civilizzate) con due tratti: la tendenza a DOMINARE e la tendenza a PIACERE. — Ma per quest’ultimo non si deve intendere il piacere in casa, bensì il piacere fuori di casa, per cui la donna si può mostrare e distinguere con suo vantaggio; allora la seconda tendenza si risolve nella prima, cioè nella tendenza a non cedere nel piacere alle proprie rivali, ma a vincerle fin dove è possibile col buon gusto e con le attrattive. — Ma anche la tendenza al dominio, come tendenza in generale, non basta a caratterizzare una parte della umanità nel suo rapporto verso gli altri. Poiché la tendenza a ciò che ci è vantaggioso è comune a tutti gli uomini, e quindi anche quella del dominio fin dove è possibile; quindi essa non CARATTERIZZA. — Invece potrebbe bene esser considerato come carattere del sesso femminile la sua tendenza a essere in continua guerra con se stesso e in buonissimi rapporti con l'altro sesso; ma un tal carattere non è che la conseguenza naturale della gara fra le donne di conquistarsi la prevalenza nel favore e nella devozione degli uomini. Allora la tendenza a DOMINARE è lo scopo reale, c quella a PIACERE IN PUBBLICO, per cui si estende la cerchia delle loro attrattive, non è che un mezzo per conseguire l'effetto desiderato.
Noi possiamo caratterizzare il sesso femminile servendoci, non di quello che noi ci poniamo come fine, ma di quello che è SCOPO DELLA NATURA nella costituzione della femminilità, e siccome questo fine, pure col mezzo della stoltezza dell’uomo, deve essere, secondo l’intento della natura, saggio, noi potremo tale presumibile fine addurre come principio della caratteristica stessa, poiché esso non dipende dalla nostra scelta, ma da un più alto proposito nei rapporti del genero umano. Esse caratteristiche sono: 1ª la conservazione della specie, 2ª la cultura della società e il raffinamento di essa per mezzo della femminilità.
I. — Quando la natura affidò al grembo della donna il suo pegno più caro, cioè la specie, nel frutto corporale di lei, per cui la generazione si dovesse tramandare ed eternare, essa natura temette a un tempo per la conservazione della specie medesima, e infuse nella donna questo timore di essere CORPORALMENTE offesa e minacciata da pericoli; dalla qual debolezza nasce per la donna l’esigenza di essere regolarmente protetta dal sesso maschile.
II. — Siccome la natura volle anche infondere i sentimenti più delicati, che appartengono alla civiltà, cioè quelli della sociabilità e della convenienza, cosi fece il sesso femminile dominatore del maschile per mezzo della sua moralità e della sua grazia nel parlare e nel fare, e accortamente provvide la donna di aspirazione a un dolce e cortese trattamento da parte dell’uomo, cosicché questo si vide, in forza della sua propria magnanimità, incatenato da un fanciullo, e, se non alla moralità stessa, si sentì almeno portato a ciò che è come l’abito esteriore della moralità, cioè a quel contegno civile, che. è preparazione e raccomandazione alla vita morale.
La donna vuol dominare, l’uomo esser dominato (specialmente prima del matrimonio). Di qui la galanteria dei cavalieri antichi. — Essa ha la presunzione di piacere. Il giovine infatti teme sempre di non piacere, ed è quindi imbarazzato in compagnia delle signore. — Questo orgoglio della donna di contenere, col rispetto che essa ispira, ogni audacia dell’uomo, e il diritto di avere rispetto anche senza merito, traggono il loro fondamento dal sesso. — La donna si RIFIUTA, l’uomo RICERCA; la sottomissione di lei è un suo favore. — La natura vuole, che la donna sia ricercata; quindi essa non dovrebbe nella sua scelta (secondo il gusto) essere così delicata come l’uomo, che la natura ha fatto anche più grossolano, e che piace alla donna già quando mostra di possedere forza e abilità per difenderla; poiché, se essa per rispetto alla bellezza della forma maschile fosse, per potersi innamorare, difficile e fine nella scelta, allora la donna dovrebbe cercare, e l’uomo rifiutare; il che abbasserebbe interamente anche agli occhi dell’uomo il valore del sesso femminile. — La donna deve nell’amore sembrar fredda e l’uomo invece ardente. Non assentire a una dichiarazione d’amore sembra insopportabile all’uomo, ma prestarvi facile orecchio sembra biasimevole alla donna. — Il desiderio della donna di esercitare il suo fascino su tutti gli uomini, è civetteria; l’affettazione di sembrar innamorato di tutte le donno, è galanteria; e l’una e l’altra possono essere un semplice portato della moda, senza alcuna conseguenza seria: cosi per cs. il CICISBEISMO51 è una libertà affettata della donna maritata, oppure la condizione di CORTIGIANA, che una volta era diffusa in Italia (nella Storia dei concilio di Trento52 si dice fra l’altro che: «erant ibi etiam 300 honestae meretrices, quas cortegianas vocant»), c di cui si racconta che comportasse nelle PUBBLICHE riunioni una cultura più raffinata di quella delle società mondane nelle case private. — L’uomo nel matrimonio non ricerca che l’amore della PROPRIA donna, la donna invece la simpatia di TUTTI gli uomini; essa si ADORNA solo per gli occhi del suo sesso nell’ambizione di superare le altre in attrattive o in importanza; l’uomo invece si adorna solo per la donna, se pure si può chiamare adornamento ciò che si spinge solo fino a non urtare la donna col proprio abito. — L’uomo giudica i falli della donna con indulgenza, la donna invece (in pubblico) con molta severità; e le giovani donne, quando avessero da scegliere se il loro errore debba esser giudicato da un tribunale maschile, o da uno femminile, sceglierebbe certamente per loro giudice il primo. — Quando il lusso raffinato è salito alto, allora la donna è morale solo per coazione, e non fa mistero del suo desiderio di preferire d’essere uomo per poter dare maggiore e più libero sfogo alle proprie tendenze; ma nessun nomo vorrà essere donna.
La donna non si preoccupa della continenza dell’uomo prima del matrimonio; all’uomo invece importa infinitamente molto la cosa da parte della donna. — Nel matrimonio le donne ridono dell’intolleranza (gelosia degli uomini in genere); ma ciò ò solo un loro scherzo; la fanciulla NON MARITATA ne giudica con maggior rigore. — Per quanto riguarda la donne dotte, esse adoperano i LIBRI press’a poco come l’OROLOGIO, che esse portano per far vedere che ne hanno uno, sebbene di solito esso sia fermo o non vada col sole.
La virtù o la non-virtù della donna è molto diversa da quella dell’uomo, non tanto per il genere quanto per i motivi. — Essa deve esser PAZIENTE, egli PERSEVERANTE. Essa è SENSIBILE, egli CAPACE DI SENTIRE. — L’attitudine economica dell’uomo è di GUADAGNARE, quella della donna di RISPARMIARE. — L’uomo è geloso, QUANDO AMA; la donna anche quando non ama, perché quanti amanti son presi dalle altre donne, son perduti per la cerchia de’ suoi adoratori. — L’uomo ha del gusto PER SÈ, la donna fa se stessa oggetto di gusto per ogni altro. — «Quello che il mondo dice, è VERO; e quello che esso fa, è BUONO»: questo è per la donna un principio fondamentale, che difficilmente si può conciliare con un CARATTERE nello stretto senso della parola. Ci furono però delle donne più coraggiose, le quali nella loro vita domestica hanno rivelato un carattere conforme alla loro propria destinazione. — Al Milton era stato consigliato da sua moglie di accettare il posto di secretario latino, che gli era stato offerto dopo la morte del Cromwell, quantunque fosse contrario a’ suoi principii di ammettere come giusto un governo, che egli prima aveva dichiarato contrario al diritto. «Ah!» egli rispose «mia cara, tu e voi altre donne volete andare in carrozza, io invece devo essere un uomo di onore». — La moglie di Socrate, e forse anche quella di Giobbe, furono dai loro più forti mariti tenute così in freno, ma una virtù maschile si mostrava nel loro carattere, senza che tuttavia la virtù femminile perdesse del suo merito nella condizione in cui esse eran poste.
Il sesso femminile si deve formare e disciplinare con la pratica; il maschile no.
Il marito GIOVANE domina la moglie PIÙ VECCHIA. Ciò dipende' dalla gelosia, per la quale la parte che è inferiore all’altra nel potere sessuale, è preoccupata delle offese di quest’altra a’ suoi diritti, e quindi si vede costretta ad essere verso di essa compiacente e attenta. — Quindi una moglie esperta non consiglierà il matrimonio con un giovane anche della MEDESIMA età; perché col tempo la donna invecchia più presto dell’uomo, e, se anche si prescinde da questa disuguaglianza, non si può contare con sicurezza sopra un’unione che è basata sulla parità, e una donna giovine e intelligente farà molto meglio la felicità coniugale con un uomo sano, ma notevolmente più vecchio. — Invece un uomo, che abbia già prima del matrimonio logorato nella dissolutezza il suo POTERE SESSUALE, sarà un fatuo nella sua casa; perché egli può conseguire un predominio domestico solo in quanto rinunci a ogni modesta esigenza.
HUME nota53 che alle donne (anche alle zitellone) spiacciono di più le satire sulla CONDIZIONE MATRIMONIALE che non i FRIZZI sul loro SESSO. — Infatti questi ultimi non posson mai esser presi sul serio, mentre quelle possono sempre esserlo, quando si pongono bene in luce gli inconvenienti dello stato coniugale, a cui il celibe è sottratto. Ma una licenziosità di linguaggio in questa materia avrebbe cattive conseguenze per tutto il sesso femminile, perché questo sarebbe abbassato a puro mezzo di soddisfacimento della tendenza verso l’altro sesso, la quale poi può sboccare facilmente in disgusto e vanità. — La donna col matrimonio diventa libera, e l’uomo perde la sua libertà.
La donna non si preoccupa mai di indagare le proprietà morali di un uomo, specialmente giovane, prima del matrimonio. Essa crede di poterlo migliorare; una donna assennata, essa dice, può raddrizzare un uomo sviato; nel quale giudizio essa per lo più si inganna nel modo più deplorevole. Di tal genere è anche l’opinione di quegli ingenui, che cioè si può passar sopra alle sregolatezze dell’uomo prima del matrimonio, perché egli, se non si è ancora esaurito, basterà per l’istinto. — Costoro non badano che la dissolutezza consiste nelle varietà dei godimenti, e che la monotonia della vita matrimoniale li ricondurrà presto al primitivo genere di vita*41.
Chi poi deve avere la superiore direzione nella casa? Deve essere soltanto uno solo colui che unifica tutte le occupazioni in una connessione rispondente a’ suoi fini. — Col linguaggio della galanteria (ma non senza verità) io direi: la donna deve DOMINARE, ma l’uomo GOVERNARE; perché la tendenza naturale domina, ma la ragione governa. — La condotta del marito deve dimostrare che il bene della moglie gli sta a cuore più di ogni altra cosa. Ma siccome l’uomo deve sapere come sta lui c fin dove può andare, così egli è come un ministro che, attento ai desiderii del suo principe, per preparare una cerimonia o la costruzione di un palazzo, si mostrerà dapprima pienamente disposto a seguire i suoi ordini, solo osservando che, per esempio, non c’è per il momento oro nello scrigno, che certe più urgenti necessità devono prima esser soddisfatte ecc., dimodoché il signore può bensì far tutto quello che vuole, ma a patto che tale volontà gli venga dal ministro.
Siccome la donna deve esser ricercata (poiché così vuole la ritrosia propria del sesso), così essa deve in genere nel matrimonio cercar di piacere, affinché, se dovesse rimaner vedova ancora giovane, possa trovare degli aspiranti. — L’uomo ammogliandosi depone tutte le sue pretese. — Quindi è ingiustificata la gelosia derivata dal desiderio di piacere proprio delle donne.
Ma l’amore coniugale è per sua natura INTOLLERANTE. Le donne scherzano talvolta su di ciò, ma, come già fu notato, per ridere; poiché l’essere paziente e indulgente di fronte all’offesa del proprio diritto dovrebbe avere per conseguenza il disprezzo del sesso femminile e quindi anche l’odio contro il proprio marito.
Che comunemente i padri PREFERISCANO le figlie e le madri i figli, e che fra questi sia dalla madre di solite preferito il giovine più discolo, purché soltanto egli sia coraggioso, sembra dipendere dalla prospettiva dei bi- sogni di ambedue i coniugi in caso di morte; perché, se al marito muore la moglie, egli ha nella sua figlia maggiore un appoggio; se alla madre muore il marito, il figlio cresciuto e bene educato sente il dovere e il bisogno di onorarla, di confortarla e di renderle piacevole la vita nella sua vedovanza.
Io mi sono trattenuto in questo capitolo della caratteristica più a lungo di quello che può sembrare proporzionato alle altre parti dell’Antropologia; ma la natura ha posto anche in questa sua economia un così ricco tesoro di mezzi per il proprio fine, il quale è la conservazione della specie, che rimarrà sempre in una ricerca ulteriore materia sufficiente por ammirare e praticamente utilizzare la saggezza delle disposizioni naturali a mano a mano svolgentisi.
Col nome di POPOLO (populus) si intende la MOLTITUDINE degli uomini raccolta in un paese, in quanto essa costituisce un TUTTO. Quella moltitudine o anche quella parte di essa, che per la comune discendenza si riconosce come unificata in una unità civile, dicesi NAZIONE (gens); la parte che si sottrae alle sue leggi (cioè la moltitudine indisciplinata del popolo) dicesi PLEBE (vulgus)*43, il cui assembramento illegale è TUMULTUARIO (agere per turbas): forma di condotta che rende il volgo indegno della qualità di cittadino.
HUME ritiene che, quando in una nazione ogni individuo si industria di assumere il suo particolare carattere (come fra gli Inglesi), la nazione stessa ha un carattere. Mi pare che in ciò egli si inganni, perchè l’affettazione di un carattere è appunto il carattere generale di quel popolo, a cui egli stesso Hume apparteneva, ed è tale carattere il disprezzo per tutto ciò che è straniero, principalmente per il fatto che il popolo inglese crede di poter vantarsi di possedere esso solo un’alta libertà politica all’interno c un’amministrazione compatibile con la potenza all’estero. — Un tale carattere è superba ROZZEZZA in opposizione alla CORTESIA che si rende facilmente famigliare; è una condotta insolente verso gli altri per una presunta indipendenza, nella quale si crede di non aver bisogno di nessuno, e quindi anche di poter passar sopra alla gentilezza verso gli altri.
Per tal modo i due popoli PIÙ CIVILI della terra*44, i quali sono fra di loro in contrasto di carattere e forse principalmente per questo iu continua guerra, cioè l’Inglese e il Francese, saranno, anche per il loro carattere naturale, di cui l’acquisito e artificiale è soltanto una conseguenza, gli unici popoli forse, dei quali si possa ammettere un carattere determinato e, in quanto essi non siano alterati dalla guerra, immutabile. — Che la lingua francese sia diventata la lingua generale della CONVERSAZIONE, principalmente del fine mondo femminile, e l’inglese invece la lingua COMMERCIALE più diffusa nel mondo degli affari*45, ciò dipende dalla differenza della posizione continentale e insulare. Per quello poi che riguarda il naturale, che essi ora hanno realmente, e la sua formazione attraverso alla lingua, esso dovrebbe derivarsi dal carattere innato della razza originaria; ma pei ciò mancano i documenti. — In una antropologia prammatica si tratta soltanto di esporre per mezzo di alcuni esempi e, per quanto è possibile, sistematicamente i! carattere di ambedue i popoli, come ora sono; il che ci lascia comprendere che cosa l’uno ha da attendersi dall'altro, e come l’uno possa utilizzar l’altro a proprio vantaggio.
Le massime fondate sulla natura o diventate per il lungo uso natura e sulla natura innestate, le quali esprimono il modo di sentire di un popolo, non sono che tentativi destinati più a classificare empiricamente per il geografo le VARIETÀ di tutti i popoli, che non a classificarle per il filosofo in base a principii razionali*46.
Che interamente dipenda dal modo di governavo il carattere che avrà un popolo, è una proposizione infondata, non spiega nulla; perché onde il governo stesso trae il suo proprio carattere? — Anche il clima e il suolo non possono dar la chiave di tale spiegazione, perché le emigrazioni di popoli intieri hanno provato che essi non alteravano il loro carattere nelle nuove sedi, ma soltanto lo adattavano alle circostanze, pur lasciando sempre apparire nella lingua, nell’industria, perfin nell’abito, le tracce della loro origine e quindi anche il loro carattere. — Io ricaverò la delineazione del loro ritratto più dal lato dei loro difetti e del loro discostamento dalla regola, che non dalle qualità migliori (pur non cadendo nella caricatura); poiché, a prescindere dal fatto che l’adulazione CORROMPE, e la critica invece migliora, si urta meno l’amor proprio degli uomini, quando si rimproverano loro senza eccezione i difetti, che quando con le maggiori o minori lodi si desta soltanto l’invidia dei giudicati fra di loro.
1. La NAZIONE FRANCESE si caratterizza fra le altre per il gusto della conversazione, nella quale essa è maestra a tutti. Essa è CORTESE, specialmente verso gli STRANIERI che la visitano, sebbene non sia ormai più di moda la CORTIGIANERIA. Il Francese tende alla compartecipazione sociale non per interesse, ma per un immediato bisogno del suo gusto. Il quale, siccome riguarda principalmente il modo di comportarsi col gran mondo femminile, ha fatto sì che il linguaggio delle signore si è generalizzato nell’alta società; e non si può in genere negare, che una tendenza di tal natura debba avere influenza anche sul compiacimento nella prestazione dei servizi, nella benevolenza soccorrevole, e a poco a poco sulla filantropia generale informata a principii, e che così un tal popolo diventi nella sua totalità DEGNO D’AMORE.
Il rovescio della medaglia è la VIVACITÀ non abbastanza governata da principii riflessi, pur con una lucida intelligenza, e una certa leggerezza nel non lasciar a lungo sussistere certe forme, soltanto perché esse son diventate vecchie o anche son state di soverchio lodate, pur quando ci sia del buono in esse, e uno SPIRITO DI LIBERTÀ contagioso, il quale trae nel suo giuoco la ragione stessa, e nei rapporti del popolo con lo stato produce un entusiasmo che tutto scuote e che va fino agli estremi. — Le proprietà di questo popolo, tracciate in nero, ma secondo realtà, si possono senza ulteriore descrizione, raccogliere facilmente in un tutto, mettendo insieme i frammenti incoerenti come materiali della caratteristica.
Le parole: esprit (invece di bon sens), frivolité, galanterie, petit maitre, coquelle. élourderie, point d'honneur, bon ton , bureau d'esprit, bon mot, lettre de cachet ecc. non si possono facilmente tradurre in altra lingua, perchè esse indicano piuttosto le proprietà del modo di sentire della nazione, che le adopera, che non l’oggetto presente al pensiero.
2, — Il POPOLO INGLESE. L’antica tribù dei BRITANNI (popolo celtico)*47 sembra esser stata una specie d’uomini valorosi; ma le immigrazioni dei Tedeschi e delle popolazioni francesi (chè la breve presenza dei Romani sembra non avervi lasciata nessuna sensibile traccia) hanno, come prova la sua lingua mista, attenuata l’originalità di questo popolo, e siccome la posizione insulare della sua terra, che lo garantisce abbastanza contro assalti esterni, lo porta piuttosto ad essere egli aggressore, facendone un potente popolo navigatore, così esso possiede un carattere, che si è creato da sé, non avendone propriamente alcuno da natura. Quindi il carattere del popolo inglese non significherebbe altro che lo stesso principio fondamentale appreso dalla dottrina o dall’esempio cioè Che egli deve farsene uno, cioè affettare di averne uno; poiché il senso ostinato di star attaccato a un principiò liberamente assunto e di non scostarsi da una certa regola (qualunque sia) dà ad un uomo questo valore che si su con sicurezza che cosa ci si può attendere da lui e che cosa egli può attendere da altri.
È chiaro che questo carattere è del tutto opposto a quello del popolo francese più che ad ogni altro: l’Inglese infatti rinuncia a ogni amabilità, come la più eminente proprietà sociale di quel popolo, e non aspira ad altro che al rispetto, in forza del quale ciascuno vuol vivere soitanto secondo la propria idea. — Per i suoi conterranei l'Inglese fonda grandi stabilimenti di beneficienza ignorati da tutti gli altri popoli. — Lo straniero invece, che per caso sia caduto in quella terra e si trovi in grande bisogno, può sempre morire su mucchi di miseria, perchè egli non è un inglese, cioè non è un uomo.
Ma anche nella propria patria, dove egli mangia col suo danaro, l’Inglese si isola. Egli preferisce mangiar solo nella propria camera che alla tavola dell’oste, perchè in quest’ultima si richiede sempre un po’ di cortesia; e all'estero, per es., in Francia, dove gli Inglesi viaggiano solo per parlar male (come il dr. Sharfs) delle strade e degli alberghi, si raccolgono in società soltanto fra di loro — Notevole è il fatto che, laddove il Francese ama di solito il popolo inglese e lo stima, l’Inglese (che non è uscito dalla propria terra) odia in generale e disprezza il Francese; di che va attribuita la colpa, non alla rivalità della vicinanza (perchè l’Inghilterra si ritiene senza difficoltà superiore alla Francia), ma in genere al ceto mercantile, il quale, partendo dal presupposto di costituire la classe piu alta fra la gente d’affari dello stesso popolo, è molto insocievole*48. Siccome i due popoli sono l'uno all'altro vicini su rive opposte e divisi soltanto da un canale (il quale però potrebbe bene chiamarsi un mare), così la loro rivalità determina nella lotta un carattere politico diverso: da una parte PREOCCUPAZIONE dall'altra ODIO, che sono due modi della loro inconciliabilità, perché l'una ha di mira la PROPRIA CONSERVAZIONE e l'altro DOMINIO e, in caso di lotta, l'annientamento dell'avversario.
Noi possiamo ora più brevemente abbracciare la caratteristica delle altre nazioni, la cui proprietà può esse derivata non tanto, come nei due popoli principalmente dal genere della loro diversa civiltà, quanto piuttosto dalla disposizione della loro natura determinata dalla mescolanza dei diverei elementi primitivi.
3. — Lo SPAGNUOLO- derivato dalla unione di sangue europeo con sangue arabo (moresco), mostra nella sua condotta pubblica e privata una certa SOLENNITÀ, e anche il contadino di fronte al superiore, a cui pure è per legge ubbidiente, dimostra coscienza della propria DIGNITÀ. — La grandigia Spagnuola e la magniloquenza che si trova anche nella loro conversazione attestano un nobile orgoglio nazionale. AI quale si oppone quindi il confidente spirito francese. Lo Spagnuolo è misurato, cordialmente devoto alle leggi, principalmente a quelle di sua antica religione. — Questa gravità non gli impedisco di darsi alla gioia nei giorni di festa (per es. al tempo delle messi accompagnate da canti e danze); e quando alla sera del dì di festa viene strimpellato il FANDANGO, non manca fra la gente del popolo chi danza per le strade al suono di tale musica. — Questo è il lato buono dello Spagnuolo.
Il cattivo è: esso non impara dagli stranieri, non viaggia per imparar a conoscere altri popoli*49; rimane indietro di secoli nelle scienze; ostile a ogni riforma, è superbo di non dover lavorare; di tendenze romantiche, come provano le sue lotte dei tori, crudele, come provano i suoi auto da Fé d’una volta, dimostra nel suo gusto una origine in parte extra-europea.
4. — L’ITALIANO concilia in sè la vivacità (gaiezza) francese e la serietà (fermezza) spagnuola, e il suo carattere estetico è un gusto unito a sentimento, così come la vista, che dalle sue Alpi si ha delle incantevoli valli, offre per un lato stimolo all'ardimento e per un altro alla serena gioia. Il temperamento non ne resta alterato nè scosso (chè allora non ci sarebbe carattere), ma c’è una tendenza della sensibilità verso il sublime, iu quanto è conciliabile col senso del bello. — Nella fisionomia dell’Italiano si rivela un forte giuoco di sentimenti, e il suo volto è pieno di espressione. L’oratoria de’ suoi avvocati alla sbarra è così appassionata, che somiglia a una declamazione teatrale.
Come il Francese emerge nel gusto della conversazione, così l’Italiano emerge nel gusto artistico. Il primo ama di più i godimenti PRIVATI, l’altro di più i PUBBLICI: cavalcate pompose, processioni, grandi spettacoli, carnevalate, mascherate, splendore di edifìci pubblici, quadri o a pennello o in mosaico, antichità roiflanc in grande stile, da VEDERE o far vedere in grande compagnia. Di qui anche deriva (per non dimenticare l’utile egoistico) l’invenzione del CAMBIO, delle BANCHE e delle lotterie. — Questo è il lato buono dell’Italiano, come anche quella LIBERTÀ che GONDOLIERI e LAZZARONI si possono prendere di fronte ai superiori.
Il lato brutto è questo: gli Italiani, come dice Rousseau56, conversano in sale splendide, e dormono in topaie. Le loro conversazioni sono come quelle di una sala, dove la padrona di casa fa portare a una numerosa compagnia qualche cosa da gustare, perché tutti si comunichino reciprocamente la novità del giorno, senza che per questo ne venga necessariamente una amicizia, e così si rimane fino a notte con una piccola parte della compagnia. — Ma il peggio è l’uso del coltello, i banditi, il rifugio degli assassini nei luoghi sacri, il trascurato servizio di polizia ecc., il che non tanto si deve ascrivere al Romano quanto piuttosto al suo genere di governo a due teste. — Ma queste sono imputazioni, delle quali io non posso rispondere, e che di solito vengono divulgate dagli Inglesi, per i quali non c’è altra costituzione buona fuorché la loro.
5. — I TEDESCHI hanno fama di avere un buon carattere, quello cioè della lealtà e dell’intimità: proprietà queste, che non sono atte a trillare. — Il Tedesco fra tutti i popoli civili è quello che più facilmente e più stabilmente si adatta al governo, sotto cui egli si trova, ed è massimamente lontano dal desiderio di novità e dallo spirito di opposizione all’ordine stabilito. II suo carattere è flemmatico intellettuale ma non è portato a cavillare sulle cose già stabilite né a escogitarne per suo conto. Egli è quindi l’uomo di tutti i paesi e climi, emigra facilmente e non è appassionatamente legato alla sua patria; ma quando egli come colonizzatore giunge in paese straniero, stringe tosto co' suoi connazionali una specie di alleanza civile, che ne forma, con l'unità della lingua e in parte anche della religione, un piccolo popolo il quale sotto una superiore autorità si distingue dagli altri popoli nella sua pacifica costituzione morale per l’attività, la purezza dai costumi e l'economia. — Così suona la lode che gli stessi Inglesi danno ai Tedeschi nel Nord America.
Siccome la flemma (presa in senso buono) è il temperamento della fredda riflessione e della tenacia nel perseguire il proprio scopo, e ad un tempo della resistenza contro le difficoltà, così ci possiamo attendere dal talento della retta intelligenza del Tedesco e dalla sua ragione potentemente riflessiva tanto quanto si può da ogni altro popolo capace delle maggiore civiltà, escluso il campo della genialità e dell'arte, in cui forse non può stare alla pari dei Francesi, degli Inglesi o degli Italiani. — Questo è il suo lato buono in ciò che si può compiere con la diligenza tenace e per cui non si richiede il GENIO*50, il quale non è poi tanto utile quanto la diligenza del Tedesco unita a un sano talento intellettuale. — Questo suo carattere considerato nelle relazioni sociali è modestia. Egli più di ogni altro popolo apprende le lingue straniere, è (come dice Robertson)58 NEGOZIANTE IN GRANDE di erudizione, e procede dapprima nel campo della scienza su tracce, che poi saranno utilizzate con successo da altri; non ha nessun orgoglio nazionale, e come cosmopoliti), non s’attacca neppure alla sua patria. In questa però egli è verso gli stranieri più ospitale di ogni altra nazione (come riconosce Boswell); educa con rigore i suoi figli a moralità, allo stesso modo che egli, conformemente al suo amore dell’ordine e della regola, si lascia governare dispoticamente piuttosto che lasciarsi andare alle novità (e alle riforme nel governo). — Questo è il suo lato buono.
Il suo lato negativo è la tendenza all’imitazione e la sua scarsa opinione di sé, cioè di poter essere originale (il che è appunto l’opposto dell’orgoglioso Inglese); ma principalmente è una certa passione per il metodo di farsi penosamente classificare nei rapporti fra concittadini, non secondo un principio che tende all’uguaglianza, ma secondo una scala di privilegi e un ordine gerarchico, e di essere inesauribile in questo ordinamento e nella invenzione dei titoli (di nobile, di nobilissimo, di bennato, di altolocato), e così di essere servile per pura pedanteria. Il che può certamente bene essere attribuito alla forma della costituzione giuridica tedesca, ma non può far evitare l'osservazione che anche il sorgere di questa forma pedantesca derivi proprio dallo spirito della nazione e dalla tendenza naturale dei Tedeschi a porre fra chi comanda e chi deve ubbidire una scala, in cui ogni gradino è segnato col grado della considerazione che gli spetta, e colui che non ha professione ma che non ha. come si dice, nessun titolo, non è nulla: il che certo non conferisce alcunché allo Stato che dà il titolo, ma anche desta nei sudditi, senza che essi se ne accorgano, la pretesa di limitare nell’opinione l’importanza altrui; la qual pretesa deve sembrar ridicola agli altri popoli, o in realtà, come sforzo e bisogno di divisione metodica per abbracciare il tutto sotto un solo concetto, rivela l’angustia del talento originario.
Siccome la RUSSIA NON È ANCORA quello che si richiede in un determinato concetto delle doti naturali che son atte a evolversi, e la POLONIA NON lo è PIÙ, e gli elementi nazionali della TURCHIA europea non sono mai stati e non saranno mai quello che si richiede per avere un certo carattere di popolo, così la descrizione di essi può opportunamente esser qui omessa.
Siccome in genere qui si parla del carattere naturale innato, il quale, per così dire, giace nella miscela del sangue degli uomini, non della caratteristica acquisita, artificiale (o artificiosa) delle nazioni, così non è necessario nella descrizione usar molta precauzione. Nel carattere dei GRECI sotto la dura oppressione dei TURCHI, e sotto quella non più mite dei loro CALOYERS, si è poco perduto il loro modo di sentire (la loro vivacità e leggerezza), come il tipo del loro corpo, della loro figura e fisionomia; ma questa loro proprietà si restituirebbe probabilmente in pieno, se le forme della religione e del governo concedessero loro con felici avvenimenti la libertà di ricostituirsi. — In un altro popolo cristiano, gli ARMENI, domina un certo spirito commerciale di particolar natura, cioè di andare e venire a piedi dal confine della CINA fino al CAPO CORSO sulle coste della Guinea; carattere, di cui uoi non possiamo più rintracciare la primitiva formazione, e che attesta una particolare origine di questo popolo intelligente e diligente, il quale in linea retta da N. E. a S. O. percorre quasi tutto l’antico continente, e sa procurami amichevoli relazioni con tutti i popoli, coi quali viene in rapporto, e dimostra un carattere superiore a quello volubile e strisciante dei Greci moderni. — Pi può con verosimiglianza ritenere, che la mescolanza delle stirpi (nelle grandi conquiste), la quale scioglie a poco a poco i caratteri, non conferisce al genere umano, non ostante tutto il vantato filantropismo.
Per rispetto alle razze, io mi posso riferire a quello che ne ha detto bene, e profondamente, nella sua vasta opera (conforme a’ miei principii) il signor H. R. Girtanner59; soltanto io voglio fare qualche osservazione circa i GRUPPI FAMILIARI e le varietà, che si possono riscontrare in una medesima razza.
Qui la natura, invece della RASSOMIGLIANZA, che essa ha presente nel mescolare diverse razze, si è fatta come legge l’opposto: cioè in un popolo della medesima razza (per es. della bianca), invece di render stabili i caratteri nella loro formazione e di renderli progressivamente affini — nel qual caso si avrebbe alla fine un solo e medesimo ritratto, come quello che si avrebbe con l'impressione di una stampa in rame, — la natura invece si è proposto di moltiplicare all’infinito le forme fisiche e spirituali in una medesima stirpe e anzi in una stessa famiglia. In vero le balie, per lusingare uno dei genitori, dicono: «questo bimbo ha di suo padre, quest'altro di sua madre»; ma se ciò fosse vero, tutte le forme della produzione umana sarebbero da tempo esaurite, e siccome la FECONDITÀ delle unioni è ravvivata dalla eterogeneità degli individui, la propagazione sarebbe ricondotta all'origine. — Così la tinta cinerea (cendrér) non è affatto il prodotto della unione di un nero con una bionda,a indica un particolar gruppo familiare, e la natura possiede abbastanza risorse, per non mandare al mondo, per mancanza di forme sufficienti, un uomo che già vi sia stato. Del resto è notorio che anche la vicinanza della parentela agisce sulla sterilità.
Per poter presentare un carattere di una certa specie di esseri, è necessario che essi siano abbracciati insieme con altri a noi noti sotto un medesimo concetto; quello poi, per cui essi si distinguono fra loro, è fato e adoperato come proprietà (proprietas) differenziale. — Ma se si paragona una specie di esseri, che non conosciamo (A) con un'altra di esseri che non conosciamo (non - A), come si può allora attendere o pretendere di dare un carattere dei primi, dal momento che ci manca il termine medio di paragone (tertium comparationis)? — Se il concetto generico supremo fosse quello di un esser razionale TERRESTRE, allora noi non potremo indicare nessun carattere di esso, poiché non abbiamo nessuna conoscenza di esseri razionali NON-TERRESTRI, di cui si possa presentare la proprietà, e così caratterizzare gli esseri terrestri sotto gli esseri razionali in generale. — Sembra dunque, che il problema di determinare il carattere della specie umana sia assolutamente insolubile, perché la soluzione dovrebbe esser data dall'esperienza con il confronto di due specie di esseri razionali, che l’esperienza invece non ci dà.
Per potere, dunque, attribuire all’uomo ii suo posto nel eterna della natura vivente, e così caratterizzarlo, non rimane altro che dire che egli ha quel carattere cui egli stesso si fa in quanto sa perfezionarsi secondo i fini da se stesso derivati; onde egli come animale fornito di CAPACITÀ DI RAGIONARE (animal rationabile) può farsi da se un animale RAGIONEVOLE (animal rationale). — E allora egli: in primo luogo CONSERVA se stesso e la prole, in secondo luogo la esercita, la istruisce e la EDUCA per la società domestica, in terzo luogo la GOVERNA come un tutto sistematico (ordinato secondo principii razionali) appartenente alla società. In tutto questo la caratteristica della specie umana paragonabile con l’idea di esseri razionali in genere possibili sulla terra è questa: che lo natura ha posto e voluto nella specie umana il germe della DIVISIONE, mentre la sua ragione ne trae l’UNIONE o almeno il continuo progresso verso di essa: in linea IDEALE, questo è IL FINE, in linea di fatto quella (la divisione) è, nel piano della natura, il MEZZO proprio di una suprema e per noi inattingibile sapienza, che mira a produrre il perfezionamento dell’uomo per mezzo di un incivilimento progressivo, quand’anche con parecchio sacrifizio delle gioie della vita.
Fra gli ABITATORI viventi DELLA TERRA l’uomo è nettamente distinto dagli altri esseri per la sua attitudine TECNICA (meccanica, unita a coscienza) a lavorare le cose, per la sua attitudine PRAMMATICA (a servirsi degli altri uomini per i proprii fini), e per l’attitudine MORALE (ad agire secondo il principio di libertà subordinata a leggi nei rapporti con sé e con gli altri). Ciascuno di questi tre gradi può già per sé solo caratterizzare l’uomo, distinguendolo dagli altri abitatori della terra.
I. LA DISPOSIZIONE TECNICA. — La questione se l’uomo in origine camminasse su quattro piedi (come il Moscati60 sostenne, forse soltanto per tesi di dissertazione) o su due; — se egli sia il gibbon, l’orang-utang, lo scimpanzè e simili (su di che contrastano Linneo e Camper)61; — se egli sia un animale fruttivoro o (dal momento che ha uno stomaco membranoso) carnivoro; se egli non avendo nè artigli nè zanne, e per conseguenza non avendo (esclusa la ragione) armi, sia per natura un animale da preda o pacifico, son tutte questioni che non presentano alcuna serietà. Tutt’al più si può ancora chiedere, se egli sia per natura un animale FATTO PER LA SOCIETÀ o per la solitudine e avverso alla vicinanza con gli altri: la seconda ipotesi è forse la più verosimile.
Una prima coppia umana, già provvista da natura di una completa formazione con tutti i mezzi di nutrimento, quando non avesse anche nel medesimo tempo un istinto naturale, che pure noi non abbiamo nel nostro stato attuale di natura, difficilmente soddisferebbe la preoccupazione della natura per la conservazione della specie. Il primo uomo berrebbe nel primo stagno, che egli vedesse davanti a sè; (invece il nuotare è già un’arte che bisogna imparare); oppure egli mangerebbe radici e frutti velenosi, e sarebbe così in continuo pericolo. Ma se la NATURA aveva IMPIANTATO nella prima coppia un tale istinto, com’era possibile che essa non lo trasmettesse ai proprii figli, il che tuttavia non è mai accaduto? Infatti gli uccelli canori insegnano ai loro nati certi canti e poi li trasmettono per tradizione, dimodoché un uccello isolato, che anche cieco sia stato preso dal nido e poi allevato, non ha quando sia cresciuto, nessun canto, ma solo un certo suono organico naturale. Ma onde è derivato il primo canto?*51. Infatti se esso non è stato insegnato, e fosse sorto invece per istinto, perché non è stato trasmesso ai piccoli nati?
La caratteristica dell’uomo come essere ragionevole sta già nella forma e organizzazione della MANO, delle DITA e delle ESTREMITÀ DELLE DITA, la cui struttura e il cui senso delicato dimostrano che la natura lo ha creato, non per una sola specie di lavoro manuale, ma in genere per tutti i lavori, e quindi anche per l’uso della ragione, onde l’attitudine tecnica o di abilità della specie è apparsa quella di un animale ragionevole.
II. — Costituisco un grado più alto la disposizione PRAMMATICA alla civiltà per mezzo della cultura, principalmente per mezzo delle qualità sociali e della tendenza naturale, propria della specie, a uscire nella vita associata fuori dalla rozzezza del puro egoismo, e a diventare un essere accostumato (se non ancora morale) atto a vivere con gli altri. — L’uomo è capace e bisognoso di una educazione intesa tanto come ammaestramento quanto come disciplina. Qui sorge (d’accordo con Rousseau o contro di lui) la questione, se il carattere della specie, quanto alle sue disposizioni naturali, si migliori nella SOZZEZZA della natura piuttosto che le ARTI DELLA CIVILTÀ, le quali non lasciano intravvedere alcun fine. — Anzitutto si deve osservare che in tutti gli altri animali abbandonati a se stessi ogni individuo raggiunge la sua piena destinazione, invece l’uomo la raggiunge solo nella SPECIE; di guisa che il genere umano può lavorare al conseguimento del proprio destino soltanto attraverso al progresso in una serie indefinita di generazioni, nelle quali il termine finale gli rimane sempre davanti, ma la TENDENZA verso di esso, pu essendo di spesso impedita, non mai tornare indietro.
III. LA DISPOSIZIONE MORALE. — Qui sorge la questione, se l'uomo sia per natura BUONO o per natura CATTIVO oppure per natura ugualmente sensibile all'una cosa e all'altra, a seconda che egli cada in queste o in quelle mani che lo foggiano. In quest'ultimo caso la SPECIE stessa non avrebbe alcun carattere. — Ma questo caso è in sé contradditorio, perché un essere fornito di ragion pratica e di coscienza della propria libertà (una persona) si sente nella sua coscienza, anche date le più oscure rappresentazioni, sotto una legge del dovere, e avverte (con un sentimento che si dice morale) che con LUI o, per mezzo di lui, con gli ALTRI si è o giusti o ingiusti. Ora questo è già il carattere INTELLIGIBILE dell'umanità in genere, e in questo senso l'uomo è naturalmente BUONO. Ma siccome poi l'esperienza anche dimostra che in lui c'è una tendenza a praticamente desiderare ciò che è illecito, pur sapendo che illecito, cioè il MALE, tendenza questa che lo muove sempre e subito appena che l'uomo incomincia a far uso della propria libertà, onde essa può considerarsi come innata, così accade che l’aomo nel suo carattere sensibile si possa giudicare anche come cattivo (per natura), senza che ciò sia contradditorio, se si tratta del CARATTERE DELIA SPECIE, perchè si può ammettere che il destino naturale di questa consista nel continuo progresso verso il meglio.
La conclusione dell’antropologia prammatica circa il destino dell’uomo e la caratteristica del suo sviluppo è la seguente. L’uomo è determinato dalla sua ragione a vivere in società con uomini e in essa a COLTIVARSI con l arte e con le scienze, a CIVILIZZARSI, a MORALIZZARSI, per quanto grande sia la sua tendenza animalesca ad abbandonarsi PASSIVAMENTE agli stimoli del piacere e della voluttà, cui egli chiama felicità, ma piuttosto è spinto a rendersi ATTIVAMENTE degno dell’umanità nella lotta con le difficoltà, che gli sono opposte dalia rozzezza della sua natura.
L’uomo ha bisogno, dunque, d’essere EDUCATO al bene; ma colui che ha il dovere di educarlo è ancora un uomo, che giace tuttavia nella rozzezza della natura e che pure deve produrre ciò di cui egli stesso ha bisogno. Di qui deriva che l’uomo riman sempre lontano dal suo fine pur ritornando sempre verso di esso. — Noi vogliamo accennare alle difficoltà della soluzione di questo problema e agli ostacoli che essa presenta.
Il primo destino fisico dell'uomo consiste nella sua tendenza a conservare la propria specie come specie animale. — Ma qui noi non vogliamo ora far coincidere le epoche naturali del suo sviluppo fisico con quelle dello sviluppo civile. Secondo il primo l’uomo allo stato naturale è SPINTO nel suo quindicesimo anno di vita dall'ISTINTO SESSUALE, ed è anche POTENTE nel produrre e conservare la specie. Secondo lo sviluppo civile invece egli può difficilmente (in genere) tentarlo prima del ventesimo anno. Poiché se il giovane ha abbastanza presto, come cittadino del mondo, il potere di soddisfare la tendenza sua e della donna, egli, come cittadino dello Stato, non ha ancora per lungo tempo il potere di mantenere la moglie e il figlio. — Egli deve apprendere un mestiere, stringere relazioni per incominciare una casa con una donna; per il che, nella classe più civile, può bene trascorrero il venticinquesimo anno prima che egli sia pronto pi i il suo destino. — Come dunque egli riempirà questo spazio di tempo di una coatta e innaturale continenza? Il più spesso col vizio.
L’istinto verso il sapere, inteso come cultura che nobilita l'umanità, non ha nel complesso della specie nessuna corrispondenza col corso della vita. Lo scienziato, quando é giunto nel sapere al punto di ampliarne il campo, è chiamato dalla morte, e il suo posto lo prende lo scolaro X, il quale, quando ha fatto un passo più in là, lascia in breve prima di morire il posto a un altro.
Quale massa, di conoscenze, quale scoperta di nuovi metodi sarebbe stata possibile, se un Archimede, un Newton, un Lavoisier con la loro diligenza e il loro ingegno, senza diminuzione della forza vitale, fossero stati favoriti dalla natura di un secolo di vita? Invece il progresso scientifico della specie è sempre solo frammentario (nel tempo), e non dà nessuna sicurezza contro un regresso, di cui è sempre minacciato dalla barbarie che invade negli intervalli.
Del pari la specie umana non sembra in grado di raggiungere quella FELICITÀ, a cui la sua natura continuamente la spinge, ma che la ragione sottomette alla condizione di rendersi degni della felicità, cioè di esser morali.
Non si può prendere la nera rappresentazione che Rousseau fa del genere umano sforzantesi di uscir fuori dallo stato di natura, come un consiglio a ritornare a quello nelle foreste, ma piuttosto come una reale opinione di lui, con la quale egli esprimeva la difficoltà per la nostra specie di procedere nel solco del continuo progresso verso il proprio destino; non vi si può infatti arrivare a volo; la esperienza dei tempi antichi e dei nuovi deve su di ciò rendere ogni pensante imbarazzato e dubbioso circa la possibilità per la nostra specie di diventar mai migliore.
Le tre opere di Rousseau62 intorno ai danni che ha recato: 1° il passaggio dallo stato di natura alla CIVILTÀ con rindebolimento della nostra forza; 2° l’INCIVILIMENTO con la disuguaglianza e la mutua soggezione; 3° la pretesa MORALIZZAZIONE con l’educazione contraria a natura e con la deformazione del modo di pensare, — queste tre opere, che rappresentavano lo stato di natura come una condizione di INNOCENZA (a cui il guardiano del paradiso con la sua spada di fuoco impedisce di ritornare), dovevano soltanto porgere al suo Contratto sociale, al suo Emilio e al suo Vicario Savoiardo il filo conduttore per uscire dal labirinto dei mali, in cui la nostra schiatta si è avvolta per sua colpa. — Rousseau in fondo non voleva che l’uomo RITORNASSE allo stato di natura, ma che dal grado, in cui egli ora si trova, dovesse GUARDARE indietro. Egli ammetteva che l’uomo è buono per natura (quale si trasmette per eredità), ma in modo negativo che cioè egli non è per se stesso e volontariamente cattivo ma solo è in pericolo di essere infettato e corrotto dà cattivi e inetti compagni ed esempi. Ma siccome per questo si richiedono ancora uomini buoni, i quali devono appunto pe- ciò essere educati, e dei quali non ve ne sarà alcuno che non abbia in sè (o innata o contratta) una corruzione, così il problema dell’educazione morale per la nostra specie rimane insoluto non solo per rispetto al grado, ma anche per rispetto alla qualità del principio, perchè una tendenza catt’va innata può bene esser condannata dalla ragione umana universale, e anche repressa, ma non mai distrutta.
In una costituzione sociale, che è il più alto grado del progresso artificiale delle buone disposizioni umane verso il termine finale del suo destino, l’ANIMALITÀ rimane sempre in fondo più potente della pura UMANITÀ nelle sue espressioni, e l’animale addomesticato è soltanto per il suo INDEBOLIMENTO più utile all’uomo dell’animale selvaggio. La volontà propria è sempre pronta a irrompere in lotta contro il suo simile, e cerca sempre, nel suo sforzo verso un’illimitata libertà, di essere non solo indipendente, ma anche dominatrice sugli altri esseri per natura suoi uguali: il che si vede già anche nel più piccolo bimbo*52, perchè la natura cerca di portarlo dalla cultura alla moralità, e non (come tuttavia prescrive la ragione) dalla moralità e dalla sua legge a una cultura che sia a quella conforme: il che inevitabilmente produce una tendenza disordinata contraria allo scopo. Così per es., quando l'insegnamento religioso, che necessariamente deve essere una cultura MORALE, incomincia con l'insegnamento STORICO, che è puramente menmonico, si cerca invano in questo modo di arrivare alla moralità.
L'educazione del genere umano preso nella sua TOTALITÀ, cioè COLLETTIVAMENTE (universorum), e non quella dei singoli individui (singulorum), in cui la moltitudine non costituisce un sistema, ma solo un aggegato messo insieme, una tale educazione mirante a fondare una costituzione civile che poggia sul principio della libertà, il quale è ad un tempo quello della necessaria conformità alla legge, l'uomo se la attende solo dallla PROVVIDENZA, cioè da una sapienza, la quale non è la sua propria, ma (per sua colpa), è l'IDEA impotente della sua propria ragione. Ora, questa educazione dall’alto al basso è, io dico, salutare, ma è rude e dura per il grande incomodo e lavorìo della natura, la quale arriva fin quasi alla distruzione di tutta la specie umana; lavorìo per cui il BENE non propostosi dall'uomo eppure, una volta che si è prodotto, destinato a conservarsi, vien tratto fuori dal MALE, che non riesce mai a conciliarsi con se stesso. La Provvidenza significa appunto questa saggezza, che noi con ammirazione scorgiamo nella conservazione della specie di esseri organizzati, i quali sempre lavorano alla propria distruzione, e che pure sempre si conservano, senza che per questo noi ammettiamo nella Provvidenza un principio superiore, come usiamo di ammettere quando si tratta della conservazione di piante e di animali. — Del resto il genere umano deve e può essere egli stesso il creatore della propria felicità; ma non si può da disposizioni a noi note della sua natura dedurre a priori che essa lo sarà, bensì soltanto si può dedurlo dalla esperienza e dalla storia insieme con la ben giusta aspettativa che; non si deve dubitare del suo progresso verso il meglio, bensì lavorare (ciascuno come può) con prudenza e con moralità per avvicinarci a quel fine.
Si può dunque dire, che il primo carattere dell’uomo è il potere che esso ha come essere razionale di formarsi in genere un carattere per la propria persona come per la società, in cui la natura lo ha posto; il che può già presupporre in lui una favorevole disposizione naturale e una tendenza al bene, perché il male (in quanto implica contraddizione con se stesso e non porge alcun stabile principio) è propriamente senza carattere.
Il carattere di un essere vivente è quello, da cui si può arguire il suo destino. — Ma si può, riguardo i fini della natura ammettere come principio fondamentale, che essa voglia che ogni creatura raggiunga il suo destino con lo sviluppo regolare di tutte le sue facoltà native, affinché, se anche non ogni individuo, almeno la specie raggiunga pienamente lo scopo di essa. — Negli animali privi di ragione questo accade realmente, ed è saggezza della natura; ma nell'uomo questo vale soltanto per la specie. Nella quale che è la sola ragionevole che noi conosciamo sulla terra, c'è soltanto una tendenza naturale conducente a quel fine, la tendenza cioè a trarre con la sua propria attività dal male lo sviluppo del bene: prospettiva questa che, se no le si oppongono a un tratto rivoluzioni naturali, può essere attesa con CERTEZZA morale (sufficiente per il dovere di consguire un tal fine).
Vi sono infatti uomini, cioè esseri razionali in vero cattivi, ma tuttavia ricchi di finezza e ad un tempo di disposizione morale, i quali con l'aumento della cultura sentono tanto più fortemente i mali, che tra di loro per egoismo si fanno, e, siccome essi non si vedono davanti nessun altro rimedio a ciò fuorché di sottomettere, sebbene mal volentieri, il senso privato (degli individui) al senso comune (cioè di tutti insieme) di una disciplina (quella della legge civile), alla quale però essi si sottomettono soltanto in base alle leggi date da loro stessi, così essi si sentono nobilitati da questa coscienza di appartenere a una specie, la quale è adatta al destino dell'uomo, quale le è dalla ragione proposto sotto forma ideale.
I. — L’uomo non fu destinato, come l'animale domestico, a far parte di un gregge, ma, come l'ape, a fondare una famiglia. — NECESSITÀ, quindi, di esser membro di una qualche società civile.
Il più semplice, o il meno artificiale modo di raggiungere un tal fine è quello di avere una sola guida in questa famiglia (la monarchia). — Ma molti sciamo di api contigui entrano presto in lotta fra loro (la guerra) come predoni, non però, come fanno gli uomini, per rafforzare il proprio alveare per mezzo della conquista di altri — poiché in tal caso vien meno l’uguaglianza, — ma soltanto per utilizzare IN PROPRIO VANTAGGIO con l'astuzia o con la forza la diligenza ALTRUI. Ogni popolo cerca di rafforzarsi sottomettendo i vicini, sia per brama di grandezza o sia per timore di essere ingoiato da un altro, se non lo previene, così la guerra interna o la esterna, per quanto sia un gran male, è nella nostra specie, come è anche l'impulso a passare dallo stato rozzo di natura a quello CIVILE, a guisa di un meccanismo provvidenziale, per cui le forze opposte con il mutuo attrito si logorano, ma tuttavia vengono dall'urto o dall'intervento di altri motivi conservate a lungo in un regolare procedere.
II. — LIBERTÀ E LEGGE (per mezzo della quale la libertà viene limitata) sono i due cardini, intorno ai quali si muove tutta la legislazione civile. — Ma perché la legge abbia anche effetto e non sia una vuota raccomandazione, ci deve essere un termine medio*53, cioè una FORZA, la quale, legata con quella, assicuri il successo ai principii. — Ora si possono pensare quattro specie di combinazioni della forza con la libertà e la legge:
A) Legge e libertà senza forza (anarchia).
B) Legge e forza senza libertà (dispotismo).
C) Forza senza libertà e senza legge (barbarie).
D) Forza con libertà e legge (repubblica).
Si vede che soltanto l’ultima combinazione merita di essere chiamata una vera costituzione civile; con la guale però non intendiamo riferirci a una delle tre forme politiche (la democrazia), ma soltanto intendiamo per REPUBBLICA uno stato in generale. Il vecchio motto: salus civitatis (non civium) suprema lex esto non significa che il bene sensibile della comunità (la felicità dei cittadini) deve servire da principio supremo della costituzione politica, perchè questo benessere, che ognuno si rappresenta, in quel certo modo o diversamente, a seconda della propria inclinazione, non può valere come principio oggettivo che, come tale, richiede l’universalità; bensì quella sentenza non significa altro che questo: il BENE SPIRITUALE, cioè la conservazione della COSTITUZIONE POLITICA esistente, è la legge suprema di una società civile in generale; perché questa esiste soltanto in forza di quella.
Il carattere della specie, come si rivela dalla esperienza
di tutti i tempi e fra tutti i popoli, è questo, che essa,
collettivamente presa (come un tutto dell’umana stirpe),
è una moltitudine di persone viventi le une accanto
alle altre, che non possono FARE A MENO di una coesistenza pacifica, e che tuttavia non possono EVITARE di
essere costantemente in guerra le une con le altre. Di
conseguenza esse si sentono da natura destinate a costituire, con la reciproca coazione sotto leggi da loro stesse
create, una coalizione, sempre minacciata di sciogliersi,
ma in genere progressiva verso una SOCIETÀ CIVILE UNIVERSALE (cosmopolitismus): la quale, come idea in sé
irraggiungibile, non è un principio costitutivo (dell’attesa
di una pace durevole in mezzo alle più violente azioni
e reazioni degli uomini), ma solo un principio regolativo
dell’assiduo procedere verso di essa società, come destino
del genere umano, giustificato
Se ora ci chiediamo se il genere umano (il quale, quando
lo si pensa come una specie di ESSERI TERRESTRI ramo
nevoli in paragone con quelli degli altri pianeti cioè
come una quantità di creature uscite da un demiurgo
può bene esser chiamato anche una RAZZA), se, dico, si
debba considerare come una razza buona o cattiva,
allora io devo confessare che non c’è molto da vantarsi.
Tuttavia chiunque prenda a considerare la condotta degli
uomini non solo nella storia antica, ma anche in quella
del giorno d’oggi, sar di spesso tentato di fare ne’ suoi
giudizi la parte misantropica di TIMONE, ma più di
spesso e meglio quella di MOMUS, e trovare più follìa
che malvagità nei tratti caratteristici della nostra specie.
Ma siccome la follìa unita con qualche lineamento di
malvagità (e allora essa si chiama cattiveria) non si
può disconoscere nella fisionomia morale della nostra
stirpe, così la segretezza di una buona parte dei proprii
pensieri, segretezza che ogni uomo prudente trova necessaria, dimostra abbastanza chiaramente che nella
nostra razza ognuno ritiene savio di stare in guardia e
di non lasciarsi INTERAMENTE scoprire come egli è: il
che dimostra già la nostra tendenza a esser mal disposto
l’uno verno l’altro.
Potrebbe bene essere che in qualche altro pianeta ci
fossero esseri ragionevoli, i quali non possano pensare
altrimenti che in modo aperto, cioè nella veglia come
nel sogno, o siano in società o soli, che cioè non possano
aver pensieri senza ad un tempo ESPRIMERLI. Quale
condotta ne verrebbe nei rapporti reciproci diversa dalla
nostra? A meno che essi fossero tutti PURI COME ANGELI,
non si vede come possano entrare in relazione fra loro,
avere l’un per l’altro soltanto un po' di stima e sopportarsi reciprocamente. — Appartiene dunque alla originaria costituzione di una creatura umana e al concetto
della sua razza questo di conoscere i pensieri degli altri e di
occultare invece i proprii; la qual bella qualità non manca
poi di procedere gradualmente dalla DISSIMULAZIONE
all’INGANNO voluto, e finalmente alla MENZOGNA. Il che
ci fornirebbe la caricatura della nostra specie, la quale
giustificherebbe non solo il riso allegro di essa, ma anche
il disprezzo in ciò che la caratterizza, e ci porterebbe
ad ammettere che questa razza di esseri ragionevoli non
merita fra gli altri (a noi ignoti) un posto d’onore*54.
Ma appunto questo giudizio negativo attesta in noi
una disposizione morale, una innata esigenza della ragione di lavorare contrariamente a quella inclinazione, e
quindi di rappresentarci l’umanità non come cattiva, ma
come una specie di esseri ragionevoli sforzantisi in un
continuo progresso in mezzo a ostacoli di andare dal
male al bene. La volontà è dunque generalmente buona
l'esecuzione invece è resa difficile dal fatto che il conseguimento dello scopo può essere atteso, non dal libero
accordo dei SINGOLI, ma solo dalla progressiva organi
zazione dei cittadini della terra in un sistema e per forza
di un sistema, che è cosmopoliticamente collegato.
*37. Quale influenza ubbia la diversità del temperamento sugli uffici
pubblici, o viceversa questi su quello (in forza dollefletto, elio l’esercizio
abituale ha sili temperamento), si è voluto determinare, in parto fondandosi sull'esperienza, in parte anche con l’aiuto di preteso causo occasionali. Così per es. si dico che in religione
Ma questi sono giudizi arrischiati, che per la caratteristica in tanto
valgono, in quanto uno spirito volgare li accetta (valent, quanium possunt). ↩ *38. Un marinaio assisteva un giorno alla discussione di alcuni dotti
intorno al grado loro spettante secondo le rispettive facoltà. Egli decise
la questione a suo modo, cioè secondo quello che gli avrebbe reso la
vendita sul mercato d'Algeri di un uomo che egli avesse catturato. Nessuno può servirsi in tal caso di un teologo o di un giurista; invece il medico
esercita una professione e può valere per danaro sonante. — Il re Giacomo I d'Inghilterra fu un giorno pregato dalla sua nutrice di creare
gentleman il figlio di lei; e Giacomo rispose: «Non lo posso; io posso
farlo conte, ma gentleman (persona di maniere distinte) deve farsi da sé».
— Diogene il Cinico un giorno (così racconta una certa storia) fu in un
viaggio di mare catturato all'Isola di Creta ed esposto sul mercato in una
pubblica vendita di schiavi. «Che cosa sai fare?» gli chiese il mediatore,
che lo aveva posto in luogo eminente. «Io so governare, rispose il filosofo,
e tu cercami un compratore che abbia bisogno di un governante».
Il mercante, riflettendo su questa rara pretesa, conchiuse l’affare, poiché diede
suo figlio in educazione al filosofo affinchè ne facesse quel che voleva; egli
poi commerciò per alcuni anni in Asia, e al ritorno trovò suo figlio,
prima discolo, tramutato in un uomo avveduto, di buoni costumi, virtuoso46. — Cosi a un di presso si può graduare il valore degli uomini. ↩ *39. HEIDEGGER, musicista tedesco residente a Londra, era un uomo
bizzarro, ma brioso o arguto, col quale anche i magnati si intrattenevano
volentieri. — Una volti, in una riunione, gli accadde di dire che un lord
era la figura più brutta di Londra. Il lord ci pensò, c scommise di mostrargli una figura ancora più brutta, e fece chiamare una donna ubriaca,
al cui aspetto tutta la società diede in uno scoppio di risa gridando:
«Heidegger hai perduta la scommessa!». — «Adagio!» rispose questi,
«lasciate che la donna si prenda la mia parrucca, e io la sua cornetta, e
allora vedremo». Ciò fatto, si rise a crepapelle: la donna sembrava un
uomo di belle maniere, e l’uomo una strega. Questo prova che per dir
qualcuno bello o almeno passabile, si deve dare il proprio giudizio non
come assoluto, ma sempre solo come relativo, e che non si può esser chiamato brutto agli occhi di un giovane per il fatto che non si è forse grazioso. — Soltanto delle deformità disgustose sul volto possono giustificarce tale giudizio.
↩ *40. L’antica leggenda dei Russi, che cioè le loro mogli sospettavano
che i mariti avessero altro donne, se esse non erano da loro di quando in
quando percosse, è ritenuta di solito per una favola. Ma nei viaggi di
Cook si trova che, quando un marinaio inglese vide un Indiano di Otahiti
battere la sua donna col bastone, volto fare il galante e minacciò il
marito. Ma la donna si voltò contro l’Ingleso chiedendogli che cosa glie
ne importasse: l’uomo lo doveva farci! — Così anche si troverà cho, quando
la donna maritata si dà visibilmente alla galanteria, e il marito non ci
bada, ma si occupa senza fastidii di bere e di giocare o di altri amori,
raccoglie non solo disprezzo, ma anche odio dalla donna, perchè questa
capisce che egli non ripone più nessun valore in essa e la lascia con indifferenza agli altri, come un osso da rosicchiare. ↩ *41. La conseguenza di ciò è quella accennata nel viaggio di Scarmentado del Voltaire: «finalmente», egli dice, «io tornai in Candia, mia patria, vi presi moglie, diventai presto becco, e trovai che questa è di tutto la più comoda maniera di vivere». ↩ *43. Il soprannome di canaglia (la canaille du peuple) deriva probabilmente da canalicola54, gente oziosa che andava su e giù per un canale
dell’antica Roma deridendo le persone occupate (cavillator et ridicularius
v. PLAUTO. Cureul). ↩ *44. Si capisce che in questa classificazione si prescinde dal popolo
tedesco, perché la lode dell’autore, che è un Tedesco, sarebbe lode di se
stesso.↩ *45. Lo spirito mercantile rivela anche certe modificazioni del suo orgoglio nella diversità tono. L'inglese dice: «il tale VALE un milione», l'Olandese: «egli DISPONE di un milione»; il Francese: «egli
POSSIEDE un milione».↩ *46. I Turchi che chiamano l’Europa cristiana FRANKESTAN, quando
viaggiano per conoscere gli uomini e i caratteri dei popoli (il che fa nessun
popolo fuori che l'europeo, e prova l'angustia di spirito di tutti gli altri),
potrebbero indicare la classificazione dei popoli secondo le manchevolezze
del carattere, press'a poco in questo modo:
1. il paese della MODA (la Francia);
— 2. il paese del CAPRICCIO (l'Inghilterra);
— 3. il paese della NOBILTÀ (la Spagna);
— 4. il paese della MAGNIFICENZA (l'Italia);
— 5. il paese dei TITOLI (la Germania insieme con la Danimarca e la
Svezia, come i popoli tedeschi);
— 6. il paese dei SIGNORI (la Polonia),
dove ogni cittadino è signore, ma nessuno di questi signori, al di fuori
di quello che non è cittadino, vuol essere suddito. — La Russia e la
Turchia europea, ambedue per gran parte di origine asiatica, sarebberp
al di sopra del Frankestan: la prima di origine SLAVA, la seconda di
origine ARABA, due popoli primitivi, che più di ogni hanno esteso
il loro dominio sull'Europa, e sono caduti in uno stato senza libertà,
dove quindi nessuno è più cittadino.
↩ *47. Cosi scrive giustamente il prof. BÜSH (cioè Britanni, non Britanni)55.↩ *48. Lo spirito mercantile è in genere insocievole in sé, come lo spirito aristocratico. Una CASA (così il negoziante chiama il suo ufficio) è distinta da un’altra per i suoi affari, un CASTELLO è distinto da un altro per il ponte levatoio, e ambedue respingono senza cerimonia le relazione amiche. Bisognerebbe, quindi, che queste fossero accompagnate da gente PROTETTA dal medesimo ceto mercantile: del quale però allora non si potrebbero considerare come membri.↩ *49. L’angustia di spirito propria «li tutti quei popoli, che non sono
spinti dalla curiosità disinteressata a imparare a conoscere coi loro proprii
occhi il mondo esterno, o ancora meno a trapiantarsi in esso (corno cittadini del mondo), è qualcosa di caratteristico dogli Spagnuoli, che
invece distinguo vantaggiosamente, fra tutti, i Francesi, gli Inglesi o i
Tedeschi.
↩ *50. Il GENIO è il talente di scoprire ciò che non è o non può essere insegnato. Si può
bene essere da altri istruito circa il modo come si possono far versi, non circa il modo di fare una buona poesia, perché questo deve scaturire dalla natura dell'autore stesso. Non lo si può quindi ottenere su comando
e per danaro come una cosa fabbricata, ma deve provenire da un'ispirazione, della quale il poeta stesso non può dire come gli sia venuta, cioè da una disposizione occasionale, di cui gli è ignota la causa
(scit genius, natale comes qui temperat astrum)57. — Il genio
quindi risplende come una apparizione improvvisa che si mostra a intervalli e di nuovo scompare, non come una luce che di proposito si accende e dura per un certo tempo, ma è come una scintilla che sprizza, e che un felice moto dello spirito fa scaturire dall'imaginazione produttiva.↩ *51. Per l'archeologia della natura si può ammettere con Linneo
l’ipotesi che dal mare universale, il quale copriva tutta la terra, dapprima sia emersa, come un monte, un'isola sotto l’equatore, sulla quale
sorsero a poco a poco tutti i gradi climatici del caldo, dal torrido della
spiaggia fino al freddo artico della cima, e con essi le piante o gli animali corrispondenti; e che, per quanto riguarda gli uccelli, i canori adattassero il suono organico naturalo alle più diverse voci, e che ciascuno,
per quanto la sua gola glielo permetteva, si collegasse con altri, per cui
ogni specie si fece un proprio canto, che poi l’uno all'altro trasmetteva
(come per tradizione) con l'insegnamento; come si vede anche ora che
i fringuelli c gli usignuoli di paesi diversi importano talune variazioni
nei loro canti.↩ *52. Il grido, che un bimbo appena nato emette, non ha il tono del
pianto, ma quello della irritazione e della collera concentrata, non perché
qualcosa lo addolora, ma perchè qualcosa lo urta, forse per il fatto che
egli vuol muoversi e sente la sua impotenze come un impedimento, che
gli toglie hi libertà. — Che cosa significa con ciò la natura, che fa venire
al mondo un bimbo con alte strida, le quali tuttavia sono per lui e per la madre nel rozzo stato di natura un grande pericolo? Infatti un lupo,
un cinghiale potrebbe esser attratto dal grido e spinto a divorarsi il bimbo in assenza della madre o durante la debolezza di lei per puerperio.
Ma nessun animale al di fuori dell'uomo (com'egli è ora) RIVELA CON GRIDA al suo nascere la propria esistenza;
il che sembra esser stato predisposto dalla saggezza della natura per conservare la specie. Si deve dunque ammettere che nella prima epoca della natura non ci fosse in questa classe di animali (durante il periodo di selvatichezza) l'annuncio rumoroso della nascita del bimbo, e che esso sia comparso più tardi, in una seconda epoca, quando i due genitori erano già arrivati al quel grado di civiltà, che è necessario per la vita DOMESTICA; con questo però noi
non sappiamo in qual modo e per quali cause concomitanti la natura
ha prodotto una tale evoluzione. Questa osservazione mi conduce più in là, per es. al pensiero, se non dovette seguire alla seconda epoca, in forza di grandi rivoluzioni naturali. anche una terza, nella quale un orango o uno scimpanzè trasformò gli organi che servono a camminare, a sentire, a parlare, nelle membra di un uomo, il cui interno racchiudeva un organo per l'uso dell'intelletto, che si sviluppò a poco a poco con la
cultura sociale.
↩ *53. Analogamente al medio termine in un sillogismo, il quale, unito al soggetto e al predicato del giudizio, dà origine alle quattro figure sillogistiche.↩ *54. Federico II, chiese unu volta al famoso SULZER63, cui egli
stimava per i suoi servizi e a cui aveva affidata la direzione delle scuole
in Slesia, come le cose andavano. Sulzer rispose: «Dacché si è posto a
fondamento il principio di Rousseau, che l’uomo è per natura buono,
si incomincia ad andar meglio». «Ah! (disse il Re), mon cher Sulzer,
vous ne connnissez pas assez cette maudite race à laquelle nous appartenons». — Al carattere della nostra specie appartiene anche questo,
che essa, mirando alla costituzione civile, ha bisogno anche di una disciplina per mezzo della religione, affinchè quello che non si può raggiungere
con la coazione ESTERNA, si ottenga con l’INTERNA (della coscienza);
infatti la tendenza morale dell’uomo viene utilizzata politicamente dai
legislatori, ed è una tendenza che appartiene al carattere della specie.
Ma se in questa disciplina del popolo la morale non precede la religione,
questa diviene padrona di quella, e la religione confessionale diventa
un istrumento della potenza politica sotto un DISPOTISMO DELLA FEDE:
un male questo, che inevitabilmente corrompe il carattere e conduce a
governare con l’INGANNO (detto furberia politica). Onde quel grande
monarca, mentre IN PUBBLICO si professava soltanto il primo servitore dello Stato, in privato non poteva nascondere in sé, con sospiri,
l’opposto, attribuendone però la colpa a quella brutta razza che si
chiama il genere umano. ↩ 45. Kant allude qui al contrasto fra la patologia degli
umori, che faceva derivare da questi tutte le malattie, e la Patologia nervosa che le derivava dai nervi. Capo della prima fu C. L. Hoffmann (1721-1807) e della seconda W. Cullen (1712-90).
↩ 46. Il racconto di Diogene si trova nel Dizionario del
Bayle, ed è ricavato da Diogene Laerzio, VI, 2, 74.
↩ 47. G. BATTISTA DELLA PORTA (1540-1616) di Napoli, celebre naturalista, scrisse un opera di Magia naturale, o luna De
Humana physiognomia nella quale pretendeva di spiegare le caratteristiche del volto umano con quelle degli animali.
↩ 48. PAOLO PELLISON-FONTANIER (1624-93), membro dell’Accademia
di Francia, «abusait de la permision qu’ont les hommes d’être laids», come disse M.me de Sevigné
↩ 49. PETER CAMPER (1722-89) medico olandese e naturalista,
scrisse di anatomia e di medicina; GIOV. FED. BLUMENBACH
(1752-1840) fu professore di medicina a Gottinga, noto come
anatomico e antropologo.
↩ 50. N. FEDERICO NICOLAI (1733-1811) autore di un Viaggio
attraverso la Germania e la Svizzera nell' anno 1781.
↩ 51. Sul cicisbeismo riferiva uno scrittore inglese, Samuele
Sharp, in sue Lettres from Italy, 1765-60, e ne parlava il Neucs
Hamburgisches Magazin, II (1767).
↩ 52. Le Historia concilii tridentini, a cui Kant, accenna, è
la traduzione tedesca dell'opera famosa di Paolo Sarpi (1552-1628).
↩ 53. L’osservazione di Hume riportata da Kant si trova nei Saggi dello scrittore inglese (On love and marriage): «I know
not whence it proceeds, tliat women… alwavs consider a satvr
upon matrimony as a satyr upon themselves».
↩ 54. L'etimologia data da Kant del nome «canaglia», e
messa avanti anche prima di lui, è evidentemente falsa; quel
nome viene da canis.
↩ 55. GIOV. GIORGIO BÜSH (1728-1800) professore di matematica all’Accademia commerciale di Amburgo, autore di una Enciclopedia delle scienze storiche, filosofiche, matematiche↩ 56. Il passo di Rousseau a cui Kant evidentemente si riferisce è un po’
diverso: Contratto sociale, III, 8: «A Paris, à
Londres, on veut être logé chaudcroent et commodemont. A
Madrid on a des salone superbes, mais point de fenêtrea qui
ferment, et l'on couche dans des nids-à-rats».
↩ 57. Il verso latino citato da Kant è in ORAZIO, Ep. II, 2, 187.↩ 58. ROBERTSON GUGLIELMO R. (1721-93) autore di una
Storia della Scozia e di altre opere storiche.
↩ 59. Lo scrittore Girtanner, a cui Kant accenna, è
Chr. G. GIRTANNER (1760-1800) che in un’opera Intorno al principio kantiano per la storia naturale illustrò e commentò le idee di Kant.
↩ 60. Il Moscati, a cui Kant accenna, è forse quel PIETRO
MOSCATI, che dal 1764 al 1772 occupò la cattedra di anatomia
nell’Università di Pavia, e vi restaurò gli studi anatomici da
molto tempo negletti. (V. mio scritto: L'Università di Pavia in
Monografie delle Università e degli istituti superiori. Roma 1911,
vol. I, pubblicazioni del Ministero di P. I.).
↩ 61. LINNEO è il famoso naturalista svedese (1707-78), che
nella sua Philosophia botanica svolse idee, che poi doveva riprendere il Goethe nelle sue Metamorfosi delle piante; celebre per
aver adottata la nomenclatura binaria e per una prima classificazione scientifica dei vegetali. — Sul Camper v. nota 49.
↩ 62. I tre scritti del Rousseau, a cui Kant si riferisce, sono:
il Discours sur les arte et les Sciences, 1750; il Discours sur l'inegalitité, 1754; Le nouvelle Héloise, 1759.
↩ 63. GIOV. GIORGIO SULZER (1720-79) scrisse una Teoria generale delle belle arti, nella quale cercava di armonizzare la filosofia wolfiana con le teorie inglesi e francesi. Non paro rispondente al vero l'affermazione che il Sulzer abbia avuta la direzione dogli istituti scolastici della Slesia; soltanto ne avrebbe
una volta parlato col re Federico II, il quel
motto che è riportato da Kant.
↩
Indice dell'Antropologia Pragmatica
Ultima modifica 2026.07.21
Note di Kant
il collerico è ortodosso,
il sanguigno libero pensatore,
il melanconico superstizioso,
il flemmatico indifferente.
Note